Resoconto

Adoro leggere i commenti stampigliati sulla copertina di un libro per perorare la sua bontà, spesso si tratta di poche righe roboanti che non riescono a dissimulare l’intento marchettaro che lo scrittore di grido DEVE alla sua casa editrice, preoccupata per l’esito commerciale dell’ultimo nato, bisognoso di cure e affetti per poter superare indenne la nascita e veleggiare verso la completa autonomia editoriale.
Qui ne ho trovato uno che mi ha fatto impazzire tanto è vero e coinciso:

“Chiusa l’ultima pagina, hai la sensazione che qualcuno ti abbia rivelato la verità raccontando tutto e niente al tempo stesso…”

Perfetto, ogni parola in più sarebbe superflua e non aiuterebbe a capire il senso di questo bel libro di Rachel Cusk, prima uscita italiana di una triologia che terrò d’occhio.

copertina

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Il clan dei Mahè

Sto leggendo M. di Antonio Scurati, ho bisogno di una pausa, di una boccata d’aria di cui rifocillarmi prima di riprendere il cammino che, tra l’altro, trovo molto interessante. Simenon è uno dei pochi autori che leggo con continuità, è un porto emozionale sicuro, un riparo momentaneo tra un’avventure letteraria e l’altra, un modo per sentirmi a casa, avvolto dalle emozioni cupe di cui i suoi libri sono innervati. E’ così è stato anche stavolta, Francois Mahè è una creatura Simenoniana talmente credibile da essere decisamente affascinante, qui manca la campagna, la bruma. il freddo, c’è il sole, le espadrillas, le ombrine da pescare ma il malessere è palese ed è celato mirabilmente nelle pieghe del racconto piuttosto che nei dialoghi, come capita quasi sempre con Simenon. Bene, mi sono rifocillato, ora torniamo ad M….

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Preludio a un bacio

Ambientare un romanzo a Caserta è come esibirsi con un quartetto d’archi al matrimonio di Don Peppe il macellaio mentre i commensali stanno consumando il loro bel piatto di pasta fagioli con le cozze. Se lo fai con passione, talento e mostrando un notevole sprezzo del pericolo, può anche capitarti di essere sommerso dagli applausi e di ricevere una richiesta di bis più lunga dello strascico della sposa. In fondo sono le emozioni a dominare la vita delle persone e saperle rappresentare è un dono che travalica la loro forma.

Emanuele ha cinquant’anni, un sassofono e il fegato distrutto dall’alcool, dorme in uno scantinato ammuffito e trascorre le giornate rimediando qualche spicciolo grazie al suo fidato strumento musicale. Un barbone con il pallino del jazz, insomma. Si può essere felici di una vita del genere? Assolutamente no, ma l’inerzia è dura da invertire quando ti consideri inutile.

Non ho mai amato quelli che si sottovalutano, quelli che trovano nel basso profilo la loro massima espressione, quelli che piuttosto che scrollarsi di dosso i demoni della sconfitta preferiscono avvilupparsi nelle gelide spire del fatalismo. Ed è proprio per questo che Emanuele mi è stato antipatico fin dalle prime pagine, la sua incapacità di agire, il suo farsi rimorchiare dagli avvenimenti ha creato tra me e lui la giusta distanza per potermi permettere di apprezzare la storia di cui era artefice. Perché Preludio ad un bacio è ben scritto, pur sfiorando più volte la retorica dei sentimenti riesce a non esserne mai risucchiato completamente. Ti fa sorridere, qualche volta amaramente, ma ti fa anche riflettere su quanto sia importante per ognuno di noi ricoprire un ruolo e investire in esso le nostre energie relazionali. Meglio essere membri di una band affiatata che suonarsela sempre da soli.

Aprrezzo Il Tony Laudadio attore cinematografico, quello che ha partecipato ai primi due (splendidi) film di Edoardo De Angelis e al mitico L’uomo in più di Paolo Sorrentino. Ho conosciuto lo scorso inverno il Tony Laudadio autore e attore teatrale, assistendo con sommo piacere al suo Birre e Rivelazioni. Eravamo meno di dieci in sala quella sera all’Off Off Theatre ma alla fine avremmo fatto di tutto pur di sederci a quel tavolo sul palco e continuare ad ascoltare il dialogo tra Sergio e Marco. Ora conosco e apprezzo anche il Tony Laudadio scrittore.

Una nota di merito a NN Editore che continua a sfornare ottimi libri, continuate così!

 

preludio a un bacio

La Serie A? Una sorta di Game of Thrones dove l’inverno sta(rebbe) per finire

Adoro le serie TV, tra Fabio Caressa e Netflix non c’è paragone.

Per comprendere lo stato di forma del nostro campionato non serve farsi guidare dai soliti intellettuali della pedata, di solito coadiuvati da una folta schiera di ex calciatori molto più inclini alla vanità che alla dissertazione tattica, ma considerare la Serie A  come se fosse (e spesso lo è, ahinoi) la fiction più amata dagli italiani.  Ammettiamolo, da qualche stagione il campionato è un serial che langue, stritolato dalla mancanza di colpi di scena, poco curato nella sceneggiatura e nella scelta degli attori, che ha cercato di rifarsi una verginità proponendo uno spin-off in salsa russa che ha chiuso i battenti prima ancora di iniziare. L’aria di crisi si sente tutta ma gli spettatori, pur tramortiti dalla ripetitività delle storie narrate, rimangono affezionati alle vicissitudini dei loro beniamini.

L’inizio era stato folgorante, l’uso consapevole del bianconero, l’ascesa al trono della regina disonorata – una sorta di Daenerys Targaryen, interpretata mirabilmente da uno scomposto ed agghiacciante signore dal tupè tecnologicamente avanzato–  costretta all’esilio in Serie B a causa dei magheggi di un clone di Francis “Frank” J. Underwood, spietato e cialtrone, cacciato poi dal set per la sua abitudine a rinchiudere gente nei camerini.

La prima stagione fu un vero successo, per molti versi inaspettato ma vitale per la casa produttrice, caduta in una profonda crisi  dopo i fasti della casata nerazzura culminati nel triplete in salsa portoghese. L’obiettivo delle stagioni successive fu subito chiaro, allargare le gesta del risorto potentato all’intero continente.

Non avendo a disposizione budget illimitati che permettessero di rimpinguare l’esercito con almeno un paio di draghi credibili, gli sceneggiatori s’inventarono una specie di Tyrion Lannister dall’accento romano-bosniaco, sostituirono il tipo dal tupè che interpretava la regina con Il Governatore ma soprattutto idearono un abbondante Negan, strappandolo alla concorrenza, lanciando così Lucille alla conquista della tanto agognata coppa dalle grandi orecchie.

Ma i nuovi innesti non hanno sortito l’effetto sperato, lo show si è appiattito sulla ricerca affannosa della coppa da parte della regina, non lasciando più spazio agli intrighi interni a cui la gente era tanto affezionata.

Intanto sono passati sei anni e mezzo.

Ora però qualcosa di nuovo  pare esserci.

Da un paio di anni, gli sceneggiatori hanno ingaggiato Walter White, affidandogli inizialmente un ruolo marginale, piccole comparsate toscane per non deviare l’attenzione dalla storia principale. Poi l’hanno spostato a due passi dal mare creandogli attorno un gruppo di scugnizzi pronti a sconfiggere la regina sul fronte interno. Inoltre, a sorpresa, nell’ultima puntata andata in onda qualche giorno fa, Rick Grimes,a capo di un manipolo di sopravvissuti all’abbandono del Pupone, ha sconfitto il temibile esercito spagnolo sostituendo la regina nella battaglia per il trono continentale.

Chi se lo sarebbe aspettato fino a qualche puntata fa, l’inverno potrebbe finire presto e portarci in dote una primavera carica di novità. Non vedo l’ora di guardare gli ultimi cinque episodi.

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Un attimo prima

Il futuro prossimo narrato in Un attimo prima è ipocrita e deprimente come una merendina ipocalorica.

Niente soldi, non è più necessario lavorare, la proprietà non interessa a nessuno, il sistema, come lo conosciamo oggi, è crollato lasciando campo libero ad una sorta di antagonismo corrotto, spalleggiato da droni e guardie meccaniche pronte a ristabilire l’ordine come se fossimo in Venezuela.

Milano è deserta, spettrale, statica. Privata dell’energia cinetica della moneta, sembra trasformata in una Latina qualunque. Campi di precittadini la lambiscono senza nessuna speranza di possederla. New York è sbiadita, ingrassata, come se il ghetto l’avesse concupita, annettendosela senza colpo ferire.

La crescita si è trasformata in inerzia assistita.

In questo contesto, il passato è un rimpianto di cui Edo Faschi non riesce a liberarsi. La scomparsa di suo fratello Alessio è un fardello troppo pesante da sopportare per cui vale la pena provare a elaborare la sua assenza tornando indietro, in un modo o nell’altro.

Quello di Fabio Deotto, prima di essere un romanzo distopico, è una storia di mancanze capaci di segnare un’esistenza intera, di speranze tradite da un’epoca che confonde il benessere con il profitto, la qualità della vita con il prodotto interno lordo, la morale con l’opulenza.

Avevo letto con grande curiosità il suo esordio letterario, Condominio R39 , rimanendo piacevolmente sorpreso dalla capacità di raccontare il nostro tempo attraverso vite rinchiuse in una palazzina alla periferia di Milano.

In Un attimo prima la prospettiva si allarga, generando una storia ampia, densa e coraggiosa che merita l’attenzione di tutti coloro che credono ancora che la scrittura e la lettura siano la più importante arma di consapevolezza di massa.

 

un attimo prima

Io e il prete mentre Pasqua magari arriverà

Bussano alla porta, è il prete che vuole benedire casa, gli dico che Pasqua è tra venti giorni e mi pare un pò prematuro.

Lui non sente ragioni e inizia un pippone sui tempi difficili e la necessità di andare avanti spalla a spalla. Ricordo che la stessa frase la disse Rafa Benitez prima di Napoli Dnipro ma non ho voglia di mischiare sacro e profano.

Mi chiede trenta secondi di preghiera nel bel mezzo dei quali ricevo una mail che mi promette che tra una settimana potrò indossare una bella gonna corta se compro un anello e me lo piazzo all’alluce. Rido, non la prende bene, vorrebbe riprendersi l’acqua benedetta che ha sparso dall’attaccapanni al microonde ma non può.

Ci stringiamo la mano, convinti di aver perso sette minuti e ventisei secondi delle nostre rispettive vite.

La fake e il reddito di cittadinanza

Che sia chiaro a tutti, è un fake la notizia che il modulo per la richiesta del reddito di cittadinanza è un fake, chiaro? Io l’ho appena compilato e consegnato all’ufficio INPS. Vi do qualche dritta, lo potete richiedere anche se non avete votato 5 stelle, gli unici requisiti richiesti sono essere meridionale e avere almeno un pregiudicato in famiglia. Io, per non essere tagliato fuori, mi sono fatto prestare Don Peppe o’ cavallaro dalla famiglia che vive al terzo piano, in cambio di una falsa testimonianza da esibire durante i prossimi 6 mesi. Ho controllato scrupolosamente la sua fedina penale: estorsione, contrabbando e associazione a delinquere, perfetto. L’impiegato dell’INPS mi ha rassicurato, appena Di Maio fa il governo, i soldi arriveranno sul mio conto corrente. Speriamo che ce la fa per l’estate, così ce ne andiamo tutti a Scalea a fare i bagni e a vendere le granite (al nero) sulla spiaggia, alla faccia di quelli che dicono che l’Italia e gli italiani non hanno nessuna voglia di cambiare…