Riflessioni amare

Girando per Castellammare, per le sue periferie, per i suoi boschi, avverto uno strano sentimento d’inquietudine, è come se in questi ultimi 20 anni la città si fosse ritirata, ridotta, rimpicciolita, abbandonando a sé stessi interi pezzi di territorio, rifugiandosi in un piccolo cantuccio sempre più ristretto, ultimo baluardo da difendere e controllare dalla barbarie e dal degrado che la divora. Come un grande appartamento di famiglia che non abbiamo più voglia di vivere. Lasciamo che invecchi, che cada a pezzi, che divenga tana di scarafaggi e topi che non abbiamo più la forza fisica nè morale di contrastare. Ogni anno abbandoniamo un pezzo della nostra casa comune al suo amaro destino. Ora ci siamo costretti a vivere al buio nello sgabuzzino, tra queste piccole 4 mura scrostate dall’umidità e lì ripensiamo alla bellezza che avevamo alle spalle e che non abbiamo saputo difendere. Ma la cosa sembra non toccarci più di tanto, con le braccia ci ripuliamo il viso e usciamo, andiamo a giocarci la nostra bolletta o il nostro gratta e vinci quotidiano come se nulla fosse…

La mia prima volta all’Aurelio Stadium, distopie da tifoso partenopeo

Finalmente ci siamo, Aurelio è quello che è, l’aveva detto, datemi un pezzo di terra e vi costruirò una bomboniera da ventimila posti dove poter guardare la partita in grazia del Signore, altro che quel cesso del San Paolo!

E’ stato di parola il Presidente, appena Don Mario Ciotola gli ha regalato 20 ettari di terreno tra Licola e Varcaturo non ci ha pensato su, ha ingaggiato il primo ArchiStar che teneva sull’agendina, si è fatto prestare un po’ di soldi da un gruppo cinese con sede operativa a Sant’Egidio Montalbino e si è fatto costruire l’Aurelio Stadium.

Visto da fuori fa un po’ soggezione, un enorme nastro luminoso incarta l’intero campo proiettando per tutta la provincia di Napoli e Caserta le testuali parole “ Prima di me solo ricordi e macerie, con me speranza e solidità”. Mentre mi lascio ipnotizzare dall’enorme scritta una signorina vestita di azzurro mi piazza in mano una brochure e mi chiede verso quale settore mi sto dirigendo, gli dico che ho vinto l’asta per un biglietto di Curva Pierpaolo Marino e allora lei mi arronza invitandomi a liberare il passaggio.

Aurelio è un uomo di una modernità incredibile, ha eliminato la vendita diretta del biglietto d’ingresso allo stadio, sostituendola con il metodo dell’asta. Per ogni settore c’è un prezzo di partenza prefissato, quelli che vogliono accaparrarsi il titolo d’ingresso devono offrire più degli altri e sperare che i rilanci si attenuino fino a sparire. Tutto viene trasmesso h24 dalla radio ufficiale del Napoli e i primi 30 vincitori  possono intervenire in diretta e fare due chiacchiere con Carlo Verdone o Christian De Sica.

Entro nel mio settore e mi accorgo che è piccolissimo, più che una curva sembra un recinto, a terra la pavimentazione è quella del San Paolo, travertino stagionato e gomme da masticare, la copertura non c’è, all’ingresso puoi acquistare un K-Way azzurro mimetico autografato da Rafael e per 15 euro ti ripari dall’acqua. Il terreno di gioco è lontano circa sessanta metri mentre le enormi vetrate che racchiudono le tribune cadono a picco sulla linea laterale. Mancano 10 minuti all’inizio della partita e non si sente volare una mosca, l’unico suono che percepiamo è quello degli aerei che iniziano la discesa verso Capodichino. Alle 20 e 40 parte il collegamento con la pay-tv e lo stadio s’illumina a giorno grazie ai fuochi d’artificio che precedono l’uscita dei calciatori, quelli del Napoli indossano un volantino su sfondo azzurro mentre salutano gli spettatori delle tribune vetrate, il portiere s’avvia verso la porta e ci guarda senza salutarci, forse non c’ha nemmeno visto tanto siamo distanti o, forse, il suo contratto non lo prevede.

Vinciamo noi 4 a 3, almeno credo, visto che i tabelloni elettronici presenti sono rivolti esclusivamente verso le tribune e noi della curva dobbiamo fidarci solo della memoria. A confermare la vittoria però ci pensa l’abbraccio in campo di quelli che indossano il volantino e allora iniziamo a cantare Oj vita oj vita mia ma non ci caca nessuno, sono già tutti sotto la Tribuna Dino De Laurentis a mostrare alle telecamere lo striscione con il titolo del prossimo film di famiglia “C’era una volta il calcio”.

La sostanza del male

E lo so, scegliere un libro dal titolo è come affidare le chiavi di casa ai testimoni di Geova che hanno appena bussato alla porta. L’ho fatto e non me ne pento, sia chiaro, la vita è un susseguirsi di esperienze di cui almeno la metà sono cazzate! Ero troppo intrigato da questo titolo che associa la sostanza al male.

Viviamo un’epoca in cui il male è stato eletto a primaria forma di comunicazione sociale, ci siamo impegnati a diffonderlo capillarmente sperando che fosse questo il modo giusto per esorcizzarlo ma così non è stato, abbiamo dimenticato che il male è soprattutto sostanza e per liberarci di lui, ammesso che sia possibile, bisogna puntare dritto al cuore della sua essenza.

Tralasciando queste goffe considerazioni sociologiche post ferragostane, La sostanza del male è un thriller ben scritto, che non brilla per originalità ma poggia su un impianto narrativo ben congegnato e sceneggiato in maniera sapiente dall’esordiente Luca D’Andrea. Protagonista principale è la montagna, quella antica e diffidente dell’Alto Adige, capace di celare tra le sue gole e suoi precipizi una storia di odio e morte che non può non richiamare alla mente alcuni plot vincenti della letteratura di genere degli ultimi tempi, soprattutto quella scandinava. Se vi occorre un libro da leggere spaparanzati su una sdraio a pochi metri dal mare, La sostanza del male fa sicuramente per voi. Le 400 e passa pagine vi permetteranno di refrigerarvi, visto che in esse troverete tempeste di neve e freddo a volontà ma anche di divertirvi grazie ad una trama ben tornita e ad una folta schiera di personaggi classici ma ben amalgamati. Se invece avete terminato le vacanze e vi è venuta voglia di leggere qualcosa di più originale e coinciso, guardate altrove. L’importante è saper scegliere, aldilà dei titoli

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Don Peppe e i Burkini

Burkini no, Burkini si, il tema è caldo e pure Don Peppe o’ piscatore stamane ha voluto dire la sua:  “..a me i Burkini mi son sempre piaciuti, ricordo nel ’52 una certa Amalia, per i suoi Burkini arrivava gente da tutta la provincia. Poi la casa chiusa chiuse davvero e ci siamo tutti un po’ arrangiati come si poteva. Mò se queste islamiche vogliono venire qua a fare i Burkini io non capisco perché glielo dobbiamo impedire, magari sò meglio di Amalia e i giovani si divertono un po’ visto che per loro è nù periodo ‘è merda

Supereroi a Campomarino/ intro

A Campomarino l’estate scorre talmente lenta da sembrare immobile, come il volto di Wonder Black Mousse mentre attende la sua vendetta al tavolo della gelateria più sciccosa del paese. E’ lì che tutto è iniziato, che la sua vita si è trasformata ed è lì che tutto deve tornare a scorrere nel modo giusto, come il cioccolato fuso all’interno dei coni di Sandrino, bianco o nero che sia.

Stracciatella e crema di fichi, urla alla commessa un turista alto come un seggiolone mentre tenta di tenere a bada suo figlio settenne in crisi di astinenza da cono. Mezz’ora di fila per un gelato spazientirebbero anche Osho e la lentezza con cui la ragazza bruna sistema la crema sulla cialda aggredisce con un machete il suo sistema nervoso, ferendolo gravemente ma lasciandogli un ultimo alito d’aria che, passando dai polmoni alla laringe, si trasforma in un querulo Grazie mille.

In realtà WBM è Assunta Tramaglia, quasi 60 anni spesi al discount dei sentimenti facili facili, in attesa del banconista dei sogni da sposare.

Trent’anni fa credeva di averlo trovato.

 Altin, albanese in fuga da una rapina finita male dalle parti di Berat e approdato in Puglia con un viaggio della speranza che si era trasformata in certezza appena conosciuta Assunta presso il Minimarket Ciro a Torricola.

 Un vero colpo di fulmine.

Lui prestante come un’Ape Car e lei procace come una bufala cilentana. L’italiano per Altin era racchiuso in un’unica parola, buona per ogni occasione, cazzo. Assunta apprezzò e il loro primo mese assieme fu un rutilante spettacolo di umori e mugolii. Il sesso è il più potente strumento di relazione sociale, non c’è nulla d fare.

Il 24 Marzo dell’88 Altin sparì, Assunta venne a sapere che era stato arrestato perché coinvolto in un traffico di femmine da e per l’Albania.

Il 6 Agosto dello stesso anno nacque Giullermo,

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Le prime Olimpiadi del Sud

E’ il 18 Luglio del 2024, mancano pochi minuti alle 20 e 30 e il Vesuvio è un luccichio di strass multicolori pronte ad essere manovrate da migliaia di figuranti sparsi lungo tutto il cono in attesa che l’evento si compia.

Nessuno c’avrebbe scommesso un euro, la trentatreesima Olimpiade dell’era moderna si svolgerà in Italia, non a Roma come da programma, ma da Napoli in giù, sarà la prima Olimpiade del Meridione, l’occasione giusta per rilanciare una parte del paese il cui PIL, nel 2016,  era così scarno da assomigliare ad un necrologio più che ad un numero reale.

Tutto nacque per caso, come capita per le cose migliori. Il primo cittadino di Roma, la Sindachessa, decise che la Capitale aveva ben altre priorità e barattò le Olimpiadi con una megaderattizzazione dell’Urbe. Ma le Olimpiadi erano state già assegnate all’Italia e indietro non si poteva tornare.

Furono giorni di grande concitazione.

Salvini propose di svolgere le Olimpiadi a Mapello, giurò sulla camicia a scacchi di Umberto Bossi che i bergamaschi avrebbero edificato tutte le strutture necessarie in tempo record e che avrebbe dato una mano al paese anche con la questione immigrati, destinando la maggior parte di essi al ruolo di manovalanza edile, importando, per primo in Europa, il modello lavorativo utilizzato dagli Egizi per la costruzione delle piramidi di Giza.

La sinistra si schierò decisa e coesa contro questa ipotesi proponendo una commissione di studio che, entro un lustro, avrebbe presentato un progetto preliminare che sarebbe poi stato discusso in un’assemblea plenaria e votato dagli iscritti e simpatizzanti entro e non oltre il 2030.

Il tempo stringeva senza che ci fosse un accordo concreto.

Poi ci fu l’evento.

Il 28 Maggio del 2017 il Napoli si laureò Campione d’Italia dopo un testa a testa infinito con la Juve, grazie ad un rigore sbagliato dal Pipita Higuain durante il recupero dell’ultima gara di campionato che evitò lo spareggio finale.

Napoli si trasformò in Rio e il Premier di allora, Renzie, ebbe l’idea.

La questione meridionale poteva essere risolta attraverso lo sport, organizzare le Olimpiadi al Sud, rendere uno dei luoghi più affascinanti dell’intero pianeta la scenografia ideale per un evento tanto importante. Ciò avrebbe permesso di avviare un processo economico senza pari per quest’area del paese, turisti a bizzeffe, bellezza che torna a fare rima con ricchezza.

Non fu facile per Renzie spuntarla, il centrodestra compatto era per Mapello, addirittura riuscirono a spostare la data dell’annuale Sagra del Polastrel per evitare scoccianti concomitanze,  i cinquestelle organizzarono le Olimpiarie a cui parteciparono 13 iscritti che proposero di svolgere le Olimpiadi ognuno a casa propria per evitare inutili sprechi. La sinistra era a Capalbio a fare i bagni e decise di occuparsi dell’argomento dopo l’estate.

L’idea passo e divenne concreta.

Ci fu un fermento unico in tutto il paese, i meridionali che da anni erano al Nord la smisero di utilizzare la cadenza locale per mimetizzarsi, il set di Gomorra fu spostato a Lambrate mentre Sky e Mediaset aprirono sedi operative in quasi tutte le regioni del Sud. In TV e sui giornali il Meridione non fu più descritto come il luogo degli ultimi ma il posto del futuro. In sette anni l’Alta velocità collegò Napoli a Bari e Reggio Calabria, Catania a Palermo, il Sarno divenne un parco fluviale e l’ILVA di Taranto il più grande museo dell’acciaio che esista al mondo. Fabrizio Rondolino fu chiamato a Trapani per commentare le gare di surf e un intero popolo si sentì centro nevralgico del proprio paese.

E’ il 18 Luglio del 2024, sono le 20 e 30, la fiamma olimpica arriva sul cratere, l’ultimo tedoforo si affaccia verso il golfo, lancia la torcia e il Vesuvio prende fuoco, sono fiamme di gioia e di buon augurio.

Da oggi in poi niente sarà più come prima.

Pensiero poetico per Maurizio de Giovanni

Caro Maurizio de Giovanni, hai talento, questo è innegabile, il tuo Commissario Ricciardi ha scassato e anche questo è un dato di fatto. Però non ti pare che ora stai esagerando? I tuoi ultimi libri sembrano le gemelle Kessler tanto che si assomigliano. Va bene che per molti ciò è rassicurante, va bene che mò stai preso dalla trasposizione TV dei tuoi romanzi ed evidentemente non hai tanto tempo per scrivere cose nuove, però potevi evitare di farci spendere soldi per i tuoi ultimi libri dove tre quarti delle pagine (e sono stato buono) contengono la stessa storia, magari ci premiavi pubblicandone uno solo come base e ogni 20 giorni ci facevi pervenire un breve fascicoletto con la storiella gialla, avremmo risparmiato tempo e soldi. Pensaci, potrebbe essere un’idea interessante e onesta per le prossime pubblicazioni, magari finchè non ti vengono nuove e originali idee da trasformare in libri. Uè, non ti offendere per queste mie parole sgrammaticate che non leggerai mai, ma mi son venute dirette dal cuore e dal protafoglio e mi sembrava giusto condividerle! Salutami a Lojacono e a Il Metodo del Coccodrillo, bei tempi quelli!