La vita paga il sabato

Faccio ammenda,

qualche anno fa, dopo aver letto lo splendido L’Uomo Verticale, avevo rinchiuso Davide Longo nello scrigno degli autori “emozionanti”, quelli capaci di lasciare un solco profondo nella carne viva di un lettore seriale come il sottoscritto. La volontà di preservare più a lungo possibile il sentimento di profonda riconoscenza nei suoi confronti, scaturito da quella lettura così potente e ben architettata, mi ha portato ad allontanarmi da ogni suo scritto successivo, nel timore che i nuovi contenuti avrebbero potuto sminuire la portata della mia considerazione nei suoi confronti.

Essì, sono cervellotico ed egocentrico, ne sono fieramente consapevole, ma stavolta ho rimediato tuffandomi senza remore tra le braccia flosce ma “apparentemente” sicure di Vincenzo Arcadipane e compagnia bella.

La vita paga il sabato, edito da Einaudi, è il quarto libro che vede come protagonisti il Commissario Arcadipane e il suo ex capo Corso Bramard. La coppia, collaudata e magistralmente caratterizzata da Davide Longo, questa volta allarga i propri orizzonti territoriali e umani, spaziando dalla ruvida diffidenza delle montagne piemontesi fino alla dissoluta freneticità romana.

Terenzio Fuci, ottantaseienne produttore cinematografico viene ritrovato morto nella sua Jaguar in una sperduta valle alpina. Di sua moglie, Vera Ladich, icona cinematografica per un’intera generazione, si sono perse le tracce. Le indagini vengono affidate al commissario Arcadipane che è costretto a lasciare Torino per trasferirsi a Clot, un pugno di case abitate da gente spigolosa e diffidente la cui esistenza è indissolubilmente legata all’enorme diga che circonda la valle. Nonostante la compagnia di Trepet, cane a tre zampe che sembra fatto apposta per mettere in imbarazzo il suo padrone, Arcadipane non riesce a trovare il bandolo della matassa e si affida ai suoi sodali di sempre, Il vecchio amico e mentore Corso Bramard e l’indisciplinata ma indispensabile agente Isa Mancini, entrambi alle prese con un momento difficile della propria vita.  Non sarà semplice arrivare alla verità, nascosta tra le pieghe di segreti antichi e nuovi egoismi protetti da poteri apparentemente inviolabili.

La Torino di Arcadipane, dolce e amara come i sucai di cui va ghiotto, fatta di vecchie osterie e palazzine popolari, di interni acrilici e pensioni minime, qui è meno presente e lascia il posto alla montagna piemontese, aspra e poco incline all’utilizzo effimero della parola, fino a tracimare nel caos capitolino dove sentirsi fuori luogo è assolutamente nella norma.

Davide Longo, pur utilizzando in maniera rispettosa i tempi e i ritmi cari al noir, li amplia rendendoli assolutamente personali, come solo i grandi scrittori sanno fare, proseguendo così il suo percorso autoriale incentrato sulla rappresentazione di un’umanità stropicciata, dolorosa, sobria, apparentemente marginale ma estremamente efficace nel raccontare la nostra realtà.

La recensione è stata pubblicata su Milanonera

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Rainbirds

È acclarato, il Giappone mi rilassa.

E non è mica cosa da poco, credo di essere uno dei maggiori importatori al mondo di ansia, magari se fossi nato a Kyoto passerei le giornate a contemplare i giardini del Tempio Ginkaku-ji invece di andare in iperventilazione alla prima coda sull’asse mediano.

Evidentemente anche per Clarissa Goenawan il Giappone deve essere un posto assolutamente particolare, tanto da ambientarci il suo esordio letterario, Rainbird, edito qui da noi da Carbonio Editore.

Ren Ishida sta per concludere la scuola di specializzazione a Tokyo quando riceve la notizia della morte improvvisa di sua sorella Keiko, pugnalata in maniera brutale durante una notte piovosa nella città (immaginaria) di Akakawa. La polizia brancola nel buio e allora a Ren non resta che spostarsi in questa piccola e desolata cittadina di provincia per cercare di ricostruire le ragioni della sua misteriosa morte e il motivo che l’ha spinta ad abbandonare la famiglia e Tokyo per trasferirsi in un luogo del genere. Col passare del tempo, Ren si immerge nella vita della defunta sorella, rilevando il suo posto di insegnante, prendendo in fitto la sua stanza e lottando per trovare conforto nel vuoto che sua sorella gli ha lasciato alle spalle.

Rainbirds trascende la letteratura di genere, adornandola di visioni, riflessioni e punti di vista assolutamente intimi, costruendo un percorso che privilegia la rarefazione all’azione, in puro stile Murakami.

La caparbietà quasi “ottusa” con cui Ren decide di percorrere le orme della vita di Keiko sembra, in alcuni passaggi, affine con la forza “inconsulta” di Delia che vaga alla ricerca di Amalia in quella splendida rappresentazione di un tormentato rapporto madre-figlia che è L’amore Molesto di Elena Ferrante. Qui è tutto meno carnale, più pacato ma il percorso verso la consapevolezza di sé attraverso una memoria che ha bisogno di ricostruirsi ha svariati punti in comune.

È il bello della letteratura! Leggi un libro ambientato in Giappone, scritto da un’autrice nata in Indonesia ma che vive a Singapore e ti ritrovi a pensare ad un romanzo in cui c’è Napoli, scritto da un’autrice di cui ancora oggi non è chiara l’identità e da cui hanno tratto un film capace di portare a casa quasi una decina di David di Donatello.

A proposito, voci di corridoio affermano che anche Rainbirds presto sarà un film, speriamo bene…

Recensione pubblicata su Milanonera https://www.milanonera.com/rainbirds-clarissa-goenawan/

Napoli Mon Amour

Da abbondante cinquantenne vivo le riflessioni di coloro che sono a cavallo tra i venti e i trent’anni con quel sano distacco velato di malcelata nostalgia.Lo faccio con la serenità tipica di colui che sa di essere un reduce, accettando senza scompormi la durezza e il distacco che ciò comporta. E poi ci sta Napoli, il tappeto sotto al quale nascondere tutte le nostre più grandi insicurezze. Leggerò il libro di Alessio Forgione (Napoli Non Amour) intanto la riduzione teatrale fa il suo dovere anche grazie all’ottima regia di Rosario Sparno e a tre attori di gran talento…

Intimità al cimitero

Cerco di raccogliere un po’ d’intimità sulla tomba di mio padre.

Da qualche mese hanno tagliato lo splendido albero (senza alcuna apparente ragione logica e pratica, come accade sempre più spesso dalle mie parti dove il verde pubblico è percepito come un inutile orpello da estirpare) che donava a quel lembo di cimitero un effetto chiaroscuro assolutamente evocativo.

Do fuoco allo stoppino del lumetto di cera su cui è stampigliato il volto del Papa e rifletto su quanto sia complesso e poco riconosciuto il ruolo del padre, sempre un passo indietro nella percezione emozionalfamiliare ma decisamente in prima fila quando c’è da assegnare a qualcuno il ruolo di capro espiatorio.

Mentre provo a chiedermi cosa ne avrebbe pensato lui di queste elucubrazioni mentali è partita una nenia stridula da un potente altoparlante piazzato su ciò che restava dell’albero assassinato. Un prete ha iniziato a cantare come se non ci fosse un domani, impoverendo il mio oggi di quell’attimo di eterea condivisione che faticosamente avevo provato a costruire.

A confermare il fatto che non fossi l’unico ad aver trovato invadente quella voce querula è stato un signore a pochi metri da me, intento a lucidare la foto di quella che credo sia stata sua moglie.

“Stu prevt ‘e rutt ‘o cazz”.

Non è stato facile trattenere una sonora risata, sono certo che mio padre invece non avrà avuto remore nel lasciarsi andare e l’idea di essere stato suo complice in questo momento di sana ilarità ha dato un senso di compiutezza a questa strana domenica mattina…

La Muta

E se amassimo a tempo determinato?

Beh, molti già lo fanno, per convenienza, per consunzione, per basso grado di resilienza. Ma se considerassimo l’amore un sentimento superficiale, iniettato sottopelle come l’eparina ma incapace a propagarsi fino a venire espulso ogni sette anni con un cambio repentino della nostra pelle come capita ai serpenti, agli animali a sangue freddo? Sarebbe completamente un’altra storia.

È questa l’idea assolutamente originale proposta da Aliya Whiteley nel suo bel romanzo La muta edito da Carbonio Editore.

Un mondo nel quale emozioni, ricordi, amori durano sette anni per poi essere destinati all’inceneritore assieme allo strato di pelle che li ha contenuti, sostituiti da altri, in un periodico flusso circolare senza alcuna memoria.

Per Rose Allington è ancora più difficile, la muta arriva improvvisa, non c’è tempo per adeguarsi e si riparte alla ricerca di una nuova vita, di un nuovo lavoro, di una nuova città. Ora è nel Lincolnshire, commessa in un negozio di abiti di seconda mano ma prima la sua esistenza era intrecciata a quella della superstar del cinema Max Black, di cui era stata guardia del corpo e amante. Perché Max torna a cercarla, cosa si nasconde dietro il furto di una preziosa collezione di pelli? Davvero il Suscutin può aiutare a tenersi la propria pelle?

Viene naturale immedesimarsi in Rose, cercare di comprendere il suo stato d’animo, scontrarsi con la sua apparente freddezza. Mentre procedevo con la lettura mi sono chiesto più volte come avrei vissuto l’impossibilità di associare un’età alle mie emozioni.

La prima volta che ho amato non è stato semplice trovare un luogo sicuro nel quale riporre la mia cognizione del tempo. Avrei voluto disfarmene, sono sincero, avevo sedici anni ed ero certo che il Prima fosse solo una lagna e il Poi un inutile moto di vanità. Era talmente intenso il mio Ora che nulla mi avrebbe vietato di spalmarlo lungo ogni singolo minuto che mi restava da vivere. Tanti minuti, tanti, perché a sedici anni credi che la vita sia un intervallo illimitato superiormente.

Non è andata proprio così, per fortuna i minuti continuano a scorrere ma ora li cospargo di cose diverse: talvolta più saporite, altre invece più tenui ma nutrienti.

Leggendo La muta ho avuto conferma di quanto il tempo e le emozioni siano intimamente connessi, il senso dell’uno è nella consapevolezza del fluire dell’altro. Non si tratta di un’allegoria dell’amore ma delle compulsioni, delle paure e delle condizioni etichettate che possono impedirci di abbracciarlo con tutto il cuore.

È il terzo libro di Aliya Whiteley pubblicato qui da noi da Carbonio Editore. Di lei ne sentiremo parlare ancora a lungo…

Recensione pubblicata su MilanoNera

L’ultimo dell’anno

L’ultimo dell’anno è un giorno antico.

La volta a botte della cucina dei nonni, ‘e butticelle, i buchi nel cartone del panettone trasformato nell’elmo dell’invisibilità, l’addore ‘e carne cà salsa ncopp ‘o fuoco a pippià per il pranzo dell’anno che verrà.

Manca poco, appicciamm ‘a televisione, meno dieci, meno nove, li osservo tutti mentre sono invisibile grazie alla Motta, meno sei, meno cinque, sono tutti seri, irrigiditi dall’intimita dei ricordi fissano lo schermo affamati di speranze come se fossero delle creature di latte davanti alla zizza della loro madre.

Meno quattro, meno tre, sembra Beirut, ho sempre pensato che chi gode di un’esplosione ha un pozzo artesiano invece del cuore. Meno due, meno uno, sollevo l’elmo posticcio e mi guardo attorno defilandomi.

Sento il tappo dello spumante esplodere, applaudono, eccolo il nuovo anno, la felicità li contagia improvvisamente ma è breve, sarà finita prima che lo zampone inizi la sua lotta per la sopravvivenza lungo le vie biliari.

Sono in camera di mio zio, bacio sulla bocca Carmen Russo cercando di non stropicciare la copertina patinata e mi addormento beato tra carne e sogno…

Il ritmo di Harlem

Era quasi fine settembre quando mi sono ritrovato tra le mani l’ultimo libro di Colson WhiteheadIl ritmo di Harlem, edito da Mondadori. 

Non sono stati giorni facili quelli, braccato com’ero dai vigili urbani di Latronico per un eccesso di velocità che mi sarebbe costato 250 euro e da tale Renato Brunetta, Ministro della Repubblica Italiana, deciso a tagliare di netto la testa al primo dipendente pubblico che avesse avuto l’ardire di pronunciare in pubblico la frase lo smartworking è una figata

Nonostante tutto ero felice come una Pasqua e il merito era tutto suo, di Colson e di questa sua nuova storia coinvolgente e sfrenata come un after hours be bop trascorso al Monroe’s o al Minton’s in New York City!

Siamo ad Harlem, gli anni ’60 sono alle porte e Ray Carney è certo che la sua abilità nel vendere mobili lo trasformerà in uno stimato uomo d’affari, spalancandogli le porte della borghesia nera. Certo, non sono tempi facili, la corruzione dilaga, la contiguità tra lecito e illecito è all’ordine del giorno e travalica i confini del colore della pelle. Lo sa bene Ray, la polizia ha sparato a suo padre mentre rubava dello sciroppo dallo scaffale di una farmacia e anche nel suo negozio transitano spesso oggetti di dubbia provenienza. Suo cugino Freddie gli propone di partecipare ad un colpo al Hotel Theresa, si tratta solo di tenere al sicuro i gioielli per un po’…

…La vita ti insegnava che non dovevi per forza vivere come ti avevano insegnato a vivere. Venivi da un posto, ma la cosa più importante era dove decidevi di andare…

Riverside Drive, è lì che Ray è diretto, con Elisabeth e i ragazzi, in un appartamento che abbia la giusta luce per illuminare il loro futuro. Il problema è come arrivarci, potrà essere anche un disonesto ma non è certamente un delinquente, di sicuro è una persona intelligente e sa che non sono le bustarelle a mandare avanti la città ma i rancori e le vendette. 

Il ritmo di Harlem è suddiviso in tre sezioni, ognuna delle quali si svolge in un anno chiave del movimento per i diritti civili, 1959, 1961 e 1964 e pone l’accento sulla percezione del concetto di capitalismo che spesso porta a confondere la costruzione della ricchezza con la realizzazione della libertà, puntando più sulla ricerca del successo personale rispetto a quello collettivo, argomento questo che rende l’ultima creatura di Colson Whitehead, vincitore di due premi Pulitzer nell’ultimo lustro, estremamente attuale e interessante.

Ah, dimenticavo, se siete in auto dalle parti di Latronico, procedete a passo d’uomo, mi raccomando….

Gli Osservati

È da tempo ormai che il sogno americano ha abbandonato le Blue Highways tanto care a William Least Heat-Moon per perdersi nei meandri delle mille Backstreets superbamente narrate da The Boss Bruce Springsteen.

 “…To go running on the backstreets

Running on the backstreets

Terry you swore we’d live forever

Taking it on them backstreets together…”

Gli Osservati di Jennifer Pashley vivono proprio lì, in quella provincia perennemente appassita, autolesionista e desolata, tra baracche e cicatrici, ingobbiti dal peso delle loro stesse vite senza via d’uscita.

Siamo a Spring Falls, un ultimo sputo prima che la foresta inghiotta ciò che resta degli States per trasformarlo in territorio canadese. La detective Kateri Fisher si è trasferita lì da poco, un modo per tagliare i ponti da un passato turbolento le cui ferite sono evidenti sul corpo e nell’anima.  Quando si reca nella decrepita fattoria di Pearl Jenkins e trova la piccola Birdie nascosta nel bel mezzo di una scena del crimine, Katie capisce che non sarà affatto facile dare risposte agli interrogativi che quel posto sembra alimentare. Perché in quella casa c’è tanto sangue ma nemmeno un corpo? Che fine ha fatto Pearl e suo figlio Shannon? Chi è l’angelo di cui parla Birdie? Chi è Birdie?

Come nello splendido romanzo d’esordio, Il Caravan, edito sempre da Carbonio Editore, e che vi invito a recuperare se non l’avete ancora letto, Jennifer Pashley sceglie due io narranti diversi, Kateri e Shannon, allargando così l’ampiezza della narrazione attraverso due punti di vista differenti ma entrambi necessari per cogliere pienamente il senso dell’intera trama, animata in maniera sapiente dalla presenza di una serie di personaggi di contorno perfettamente in linea con la poetica della giovane scrittrice statunitense.

Gli osservati è il solido inizio di una nuova serie che vede come protagonista la giovane detective Kateri Fischer e che, sono certo, regalerà a Jennifer Pashley il successo planetario che merita.

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Chiaroscuro

Un graffio,

di quelli che casualmente ti provochi scorrendo i polpastrelli delle dita dall’assolutezza della tempia fino alla morbida curvatura dei capelli.

Quante volte al giorno lo ripeto quel gesto? Tante, troppe, senza alcuna motivazione apparente, come se fosse il modo più semplice per sperimentare la reale consistenza di me. Oggi però ciò che resta dell’unghia dell’anulare sinistro ha sfregato inaspettatamente la pelle, deragliando dal solito percorso fino a lasciare un lieve solco rossastro quasi al centro della fronte.

Me ne sono accorto passando per caso davanti allo specchio, avevo da poco terminato di leggere Chiaroscuro di Raven Leilani e ripensavo a quanto deve essere fottutamente complesso prendere coscienza di sé per una ventitreenne di colore alle prese con la ridefinizione delle proprie aspirazioni di vita in un tritacarne metropolitano come New York.

Lo confesso, ho scelto questo libro per le splendide labbra che monopolizzano la copertina. Carnose, intagliate, orgogliose, fieramente simmetriche rispetto alle narici, identitarie, comunicative. Insomma, un gran bel vedere che speravo ardentemente riuscisse a trasformarsi in una lettura intensa, capace di lasciare il segno, come spesso capita quando tra le mani ti ritrovi un’opera prima. Ed è andata proprio così, ho ancora addosso l’odore delle sue pagine, una miscela di umori corporei e aria viziata da metropolitana all’ora di punta. Per tutte le duecento e passa pagine sono esattamente Edith, la protagonista della storia, sono lei mentre scopa con Eric, quando perde il lavoro, per il tempo in cui cerca di confrontarsi con Rebecca. Respiro il suo disincanto, lo scoramento per le occasioni mancate, la rabbia a cui è meglio non abbandonarsi, il sentirsi fuori luogo, vivo in prima persona quel senso di provvisorietà capace di ammutolire qualunque talento personale. È attraverso l’arte che Edith trova il senso di sé, senza inutili trionfalismi ma con la convinzione della propria ritrovata consapevolezza.

Ha ragione Erri De Luca quando afferma che il lettore vuole lasciarsi incidere da quello che legge, conservare un graffio nella memoria che gli permetta un giorno di mostrare la sua conoscenza attraverso un nome, un titolo, un personaggio.

In virtù di ciò, questo bel graffio che mi è comparso oggi sulla fronte lo chiamerò Edith, è giusto così…

Il Taglio dell’Angelo

Diciamoci la verità, in tanti associano alla cosiddetta letteratura di genere un effetto fondamentalmente “ricreativo”, come se pagine e pagine di storie, relazioni, intrecci e personaggi avessero come unico scopo quello di anestetizzare temporaneamente il lettore dall’angustia prodotta dalla continua esposizione alle nefandezze che devastano la nostra società attuale.
E invece non è affatto così, senza scomodare pietre miliari del noir, Il taglio dell’angelo di Claudio Coletta, edito da Fazi, è il classico esempio di storia assolutamente calata nel nostro tempo, perennemente nuvolo ma dal quale di tanto in tanto si fa largo uno sprazzo di azzurro ad illuminare le nostre coscienze.  
Lorenzo Baroldi è un primario di medicina di un grande ospedale romano, i pazienti vanno e vengono e spesso hanno volti e storie che sopravvivono nella memoria giusto il tempo necessario ad essere spazzati via dalla prima incombenza burocratica, dalla difficile gestione dei rapporti tra colleghi, dalle ansie personali e dalla frenetica processione di tirocinanti alla ricerca del loro spazio.
Sembra essere così anche quando Lorenzo s’imbatte nella vicenda di Milton Sissoko, giovane nigeriano apparentemente in buona salute, il cui quadro clinico degenera improvvisamente fino a condurlo alla morte. La promessa fatta alla giovane vedova di svelare le reali ragioni della scomparsa di Milton e la notizia di un paio di decessi analoghi riguardanti richiedenti asilo spingono Lorenzo alla ricerca della verità. 
Fin dai tempi del buon Dottor John H. Watson, indimenticabile personaggio prodotto dal talento creativo di Arthur Conan Doyle, la natura assolutamente complementare e simbiotica di medici e investigatori, entrambi perennemente impegnati nell’ardua risoluzione dell’eterno conflitto tra umanità e raziocinio, tra studio e intuito, tra coscienza e ambizione, ha contribuito alla fortuna di autori e storie capaci di lasciare il segno.
Lo sa bene Claudio Coletta, cardiologo e scrittore, capace di dotare il suo Lorenzo Baroldi delle più significative  peculiarità di entrambe le categorie, dando vita ad un personaggio sfaccettato e credibile, di cui vien voglia di leggere ancora.  
Prima di chiudere, una piccola esortazione all’autore. Caro Claudio (non ci conosciamo ma mi permetto di darti del tu, sperando di non sforare la soglia dell’indiscrezione), la prima parte del tuo libro, L’appeso, ha una forza espressiva notevole, carica di una malinconica solitudine che mi ha riportato alla mente alcune tele di Hopper e Sironi. Perché non trasformarla in una storia a parte? Facci un pensierino…