L’aria salata

Quanto amo ritrovare, nei miei pensieri, le sensazioni suscitate dalla lettura di un libro, dalla visione di un film o di un’ opera d’arte.
 
"L’aria salata" è l’opera prima di un giovane regista, Alessandro Angelini, che porta sullo schermo un film duro, per nulla ruffiano, ricco di sostanza e intepretato magistralmente.
Il carcere è il luogo di un incontro-scontro tra Fabio (Giorgio Pasotti) e Sparti (uno splendido Giorgio Colangeli). Il primo lavora nella struttra come educatore mentre il secondo è detenuto da 20 anni per un omicidio.
Sulle spalle di Fabio il peso di un infanzia mancata, di un padre che non è esistito e la vergogna, agli occhi del mondo, per un genitore assassino e mai abbracciato.
Sparti ha solo il carcere. Il mondo non gli appartiene più, chiuso com’è in quelle quattro mura che ormai sono l’unico suo orizzonte.
Lui non sa chi sia quell’educatore che lo tratta come l’ultimo degli uomini. "Ti ammazzo" grida, in preda alla rabbia verso quel ragazzotto che sembra volergli spiegare il senso della vita.
Dialoghi asciutti e amplificati dall’ottima intepretazione che è valsa a Colangeli il premio quale miglior interprete maschile alla festa del cinema di Roma.
Un ottimo esempio di come si possa realizzare film senza spendere capitali enormi regalando agli spettatori una storia senza retorica grazie ad un buon plot e a degli ottimi attori.

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