Mentalità e guerriglia

Non è facile affrontare senza retorica e senza la presunzione di avere la bacchetta magica che permetta di trovare soluzioni e dichiarare colpevoli o innocenti riguardo a tutto ciò che è capitato ieri.
Tutti a chiedersi il perchè.
 Da dove nasce questa esigenza di MENTALITA’ che fa della violenza e dell’essere contro l’arma di seduzione di masse che la invocano e la santificano perpetrandola senza una motivazione di fondo che tenti di giustificarla?
E’ davvero questo  l’unico modo per sentirsi parte integrante di una società che chiede visibilità e non pensiero, forma aldilà di presunte essenze.
Non sembra importante la causa che scatena la MENTALITA’. E’ l’azione che sembra l’unica cosa che conti. Il sentirsi parte integrante di un gruppo.
Uniformi contro uniformi. E’ tutto molto medioevale. Non ci sono volti che si fronteggiano. Solo maschere. Non persone ma gruppi. Ormai l’individuo è un lontano ricordo di periodi in cui essere persona aveva ancora un senso.
Nessuno ha la forza di metterci la faccia in questo mondo in cui l’immagine è tutto. Pare un controsenso.
 La MENTALITA’ dovrebbe essere scritta sul volto di colui che la perpetra. Invece è più semplice coprirsi, fare di sè stessi un alter ego per poi tornare a casa e credere di aver fatto un viaggio in un altro tempo in cui solo le foto scattate da un telefonino ne rappresentano il ricordo di cui vantarsi.
E il calcio in tutto questo cosa c’entra?
Ma, mi chiedo con molta onestà intellettuale, esiste ancora il calcio? Esiste ancora la passione che penetra nelle persone identificandole con la propria città, la propria società, con i propri colori? Perchè nel nostro paese il calcio è stato da sempre tutto questo: luogo di passioni carnali prima che mentali, di grande appartenenza. Non è lo spettacolo che conta ma l’empatia che si crea con la tua squadra che lo rende la passione a cui il nostro paese non sà rinunciare.
E’ lo stadio ad essere energia pulsante aldilà dei ventidue attori in campo. E’ la folla, i cori, le urla, l’aggregazione.
Questo è stato il calcio nel nostro paese.
Un giorno però hanno deciso che il calcio doveva evolversi. Copiare i modelli con cui altri popoli lo vivevano. Fare di una passione uno spettacolo, di cui fruire liberamente da casa, con tanto di telecomando e poltrona. Niente più catarsi da stadio ma appiattimento da tubo catodico.
E tutto è cambiato. Il calcio ha abbandonato la passione per il business, circondandosi di burattinai ed avventurieri, dei nani e delle ballerine con cui incarnare il…nuovo che avanza.
E lo stadio si è svuotato. Di passione, di emozione, delle persone che lo vivevano come momento topico della loro esistenza rimanendo un non luogo nel quale poter sfogare liberamente la propria repressione sociale.
E lì si è nutrita la generazione della MENTALITA’. Che di calcio sà poco o nulla. Che ha nel gruppo l’unica identificazione. Che non sostiene, non ha cori per la propria squadra ma sa essere solo…CONTRO.
 
Indistintamente CONTRO
 
E lo STATO che fa….mica si interroga sui perchè? mica recepisce le istanze che vengono dal basso,come dovrebbe essere.
No, lo stato,come sempre, tampona.
Blinda gli stadi perchè crede che fuori sia meglio.
Ora che farà,blinderà le caserme, le strade, le città,gli autogrill,gli ospedali? 
Ha dato mandato alle cosiddette forze dell’ordine di reprimere. Ed ecco il NEMICO da combattere, posto sul piatto d’argento da chi superficialmente pensava che la repressione bastava a far paura a quattro sconsiderati.
Ora la MENTALITA’ ha il suo nemico.
E non sono quattro sconsiderati.Ma una generazione che fa della MENTALITA’ il suo ideale.
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