La luna di Mario

Mario aveva otto anni quando scoprì che la luna si era spenta.
Aveva atteso con ansia che il chiarore del cielo si spegnesse lasciando brillare quel disco magico che compariva tutte le sere sulla sua capoccia a ricordargli che quello lassù non era un soffitto pieno di minuscoli buchi ma un cielo che un giorno avrebbe amato conquistare.
L’aveva visto fare a Peppe Sale che saliva così in alto nei suoi impeti di felicità. Così in alto che nessuno lo vedeva più ridiscendere.
Tanto che Mario si chiedeva da tempo se Peppe Sale fosse davvero il padrone di casa della luna e se quella luce tersa che tutte le sere illuminava il suo balcone provenisse dal suo appartamento nel quale Mario lo immaginava fare da gran cerimoniere durante le tante feste che allietavano le sue notti in compagnia degli amici lunatici.
Quella sera non c’era nessuna luce a rallegrare il suo balcone.
Corse in cucina e addentò con impeto il dolce alle mele che faceva bella presenza di sè sul tavolo. Era ancora caldo mentre Mario iniziò ad inghiottirne voracemente una fetta che da sola avrebbe sfamato un terzo dei ragazzini della sua classe.
" Mario, non ci vedi più dalla fame " gli ricordava la mamma appena lo pizzicava a riempire l’attesa del pranzo spiluccando nel frigo mille assaggini, frutto di ardite combinazioni tra pietanze che mai avrebbero pensato di conoscersi.
Quella sera non poteva correre il rischio di non vedere. Doveva capire se Peppe Sale era in casa oppure era andato via lasciandogli quel buco senza luce a tapezzargli l’orizzonte.
Tornò in camera sua e decise che era giunto il momento di aprire quella magnifica scatola rossa con tanto di fiocco e di biglietto profumato che suo papà aveva sistemato sulla scrivania. Avevano fatto un patto loro due. Il papà avrebbe lasciato la scatola lì davanti ai suoi occhi se Mario avesse promesso di non aprirla prima del suo compleanno.
In realtà Mario di anni non ne aveva otto ma sette, undici mesi, trenta giorni e 22 ore e mezzo.  Era nato all’una e un quarto di notte del 12 Settembre e le sue strilla possenti avevano svegliato le assonnate infermiere dell’asilo nido che, vedendolo arrivare nella sua culletta, tutto rosso e piagnucolante, lo avevano soprannominato Mario il chiagnazzaro.
In quella scatola c’era un telescopio.
Il più bel telescopio che esista! Gliel’aveva detto il suo papà – Con questo riuscirai a vedere i crateri della luna senza alcuno sforzo – .
Quindi sarebbe stato più che sufficiente a capire se Peppe Sale fosse in casa.
Non voleva tradire la fiducia di suo papà. Si tolse le ciabatte che scricchiolavano come ricoperte da gusci di noci appena frantumati e si avvicinò alla camera da letto dei suoi.
Lasciò aderire i polpastrelli alla superficie levigata della porta e lasciò che una leggera spinta gli rivelasse il letto e i suoi ospiti. Sembrava uno di quei poliziotti americani che popolavano la televisione di casa che, vestiti di nero, arrestavano il colpevole ammanettandolo al letto!
Ma lui era lì per un emergenza.
I suoi dormivano saporitamente e sarebbe stato davvero un peccato svegliarli. Allora lasciò sul comodino di suo papà il biglietto di auguri tanto profumato aggiungendogli a penna
 
Sei il papà migliore di questa terra, luna compresa
Avrebbe capito.
Cercò di fare meno rumore possibile nell’aprire la scatola e un sorriso gli si stampò sul volto quando intravide sul coperchio la foto di quel cilindro che gli avrebbe rivelato il cielo!
Ci mise appena cinque minuti a montarlo e a portarlo sul balcone.
Immerso nel buio di quella serata strana piantò il treppiede saldo a terra e puntò il cilindro verso quel circoletto in cielo.
Inizialmente non vide nulla. L’oscurità non aiutava di certo anche se intravide un puntino bianco sfocato tra tutto quel nero che colava sulla lente del suo gioiello. 
Iniziò a girare la ghiera della messa a fuoco e notò che puntava il suo sguardo su un terrazzo. Era la casa di Peppe Sale!!!!!!!
L’aveva sempre saputo. Anche se tutti lo pigliavano in giro per questa storia, Mario era convinto da sempre che Peppe Sale abitasse sulla luna.
Il terrazzino era grazioso. C’era una grande sdraio e moltissimi fiori ad allietare quello spazio.
Assomigliava al suo di terrazzo. Non c’era il limone che aveva la stessa età di Mario e che il nonno gli aveva regalato il giorno della sua nascita. 
Ma era bello lo stesso.
Seguì il puntino bianco e si accorse che era la luce di una candela. Era sul tavolo di una piccola stanza con le pareti in legno.
Peppe era lì!
 Fu così contento di vederlo che spostò involontariamente l’occhio dal telescopio perdendo il contatto con la sua scoperta aliena.
Riprese il controllo di sè e capì che Peppe Sale dormiva con la testa poggiata sul petto di una donna. Lei aveva i capelli scuri e mossi, il volto paffuto e venato dalla serenità dell’amore e teneva gli occhi chiusi e un sorriso stampato sul volto.
Erano uniti da un abbraccio che li rendeva una cosa sola.
Mario capì che la luce che faceva brillare la luna non era dovuta alle luminarie delle tante feste che Peppe organizzava. Era la luce dell’amore che lui accendeva per dire alla sua amata…..io sono qui e ti penso sempre e non vedo l’ora di portarti con me.
Alla fine c’era riuscito. Peppe Sale era riuscito a portarla lì con sè e ad abbracciarla fino a diventare tutt’uno con lei.
Peppe Sale non volò più via, perché la felicità era lì accanto a lui, non più un volo solitario, distante da tutto e tutti, ma la gioia da condividere e godere, i piedi saldi  e le mani intrecciate all’amore, con amore.
Ora Peppe Sale non aveva più bisogno di illuminare il mondo per cercare il suo amore. L’aveva trovato. E gli bastava una candela per vivere del suo sorriso.
Mario scostò lo sguardo e lasciò Peppe e la sua amata unici testimoni del loro abbraccio.
Mario aveva otto anni (compiuti) quandò capì davvero cos’era l’amore.
 
 
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Un pensiero su “La luna di Mario

  1. Il tuo è un modo lieve di raccontare una cosa così grande. Quell’amore che tutti sognamo e che, se fortunati, qualche volta abbiamo la possibilità di vivere.Lo sapevo… mi hai fatto piangere 🙂

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