Betta la danzatrice

Ieri sera il sonno m’ha lasciato presto.

Ho preso una candela e l’ho posata accanto al divano lasciando che illuminasse soffusamente le pagine del libro che avevo scelto come compagno d’insonnia.

La fiammella tremolava avvolta dallo spiffero proveniente dalla tapparella lasciata a due dita dal pavimento, assomigliando ad una goffa danzatrice intenta a trovare il ritmo giusto dei suoi movimenti.

Ho chiuso il libro che, docilmente, s’è lasciato corrompere dal sonno procurato  dalla lettura delle sue prime 12 pagine e ho iniziato a guardarmi intorno, rapito dalle ombre della danzatrice che avevano invaso le pareti del soggiorno. La sua era una sinuosità familiare e l’incedere lungo le pareti di casa mia improvvisamente diventò privo di qualsiasi incertezza.

Ora si muoveva con grazia roteando il suo florido bacino tra i libri impilati sugli scaffali facendo attenzione a non rompere i fragili bicchieri debilitati da una vita da soprammobile.

Era meraviglioso poterla osservare immaginando il tintinnio del costume accompagnare i suoi movimenti che si erano spostati lungo il pavimento e sembravano puntare verso di me.

Mentre guardavo scorrere quell’ombra ormai giunta a due passi dal mio divano una inaspettata folata di vento s’intrufolò nella stanza soffocando la vampa,  riducendola ad un alito di fumo dal tono sacrale. 

All’istante i confini della stanza furono solo un ricordo lasciandomi inerme e senza forze, disteso sul divano, privato della mia danzatrice.

Avrei potuto abbassare la tapparella fino a terra, pensai tra me e me, riconoscendomi colpevole di quella scomparsa. Potevo prendere uno di quei bicchieri che mai avevano asssaggiato le labbra di una persona e proteggere la fiammella dai colpi di vento e dai miei stessi movimenti. Avrei potuto fare tante cose per difendere l’esistenza di quell’ombra ma ormai indietro non potevo tornare.

Ero colpevole, reo confesso di sbadataggine acuta.

Mi ero concentrato sul piacere della visione lasciando la fiamma esposta al soffio impetuoso della casualità che l’aveva ormai divorata.

Mentre la tristezza e il rimpianto vandalizzavano il giardino della mia speranza sentii qualcosa sfiorare il palmo della mia mano sinistra. Era una guancia morbida intenta a far scorrere una serie di calorosi rigagnoli di lacrime che terminarono la loro amara discesa confluendo nel calice dei miei palmi. Portai alle labbra quella tazza di tristezza per provare il sapore pungente della sconfitta sulla lingua.

Con infinita dolcezza lei allargò le mie mani e l’umido della sofferenza si disperse sulla candela che iniziò a crepitare.

Portò le sue labbra carnose al centro delle mie, alitando la sua presenza dentro di me e resuscitando  i miei sentimenti. 

Rimanemmo sul divano l’uno nell’altro, uniti e unici come il senso di un unico pensiero che diventa soffio di vita.

 

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