Vite sospese

Margherita non aveva voglia di svegliarsi.

Gli scrosci di pioggia tamburellavano lungo i vetri del suo balcone lasciando scie gonfie d’acqua intente a rincorrersi alimentando, con il loro movimento, bizzarre creazioni che facevano bella mostra di loro lungo la superfice trasparente da cui osservava il mondo.

Cercava di interpretare il cammino delle gocce improvvisandosi fattucchiera, pronta a decifrare se quel martedi piovoso fosse stato l’ennesimo giorno anonimo di una vita che non riusciva a decollare oppure il primo giorno di libertà da quel mondo opprimente in cui si era costretta a vivere.

Quella mattina la pioggia aveva disegnato un gabbia fitta all’interno della quale la pioggia scorreva veloce rendendola lucida e immobile.

Margherita prese il cellulare che tra meno di cinque minuti avrebbe iniziato a trillare e scattò due foto per  immortalare le sbarre di quel carcere liquido in cui si era ridotta a vivere.

Si avviò verso il bagno con la bocca impastata dai troppi pensieri e lasciò che la doccia spazzasse via quel senso di inadeguatezza che la tormentava da sempre.

 

Massimo si alzò presto quella mattina. Era poco avvezzo a riposare  più di quattro ore a notte visto che i vicini s’ostinavano ad avere una vita notturna decisamente movimentata.  Ora tutti dormivano ed il silenzio s’appuntò sul suo petto come una spilla circolare al centro della quale giaceva un cuore pulsante che colava sangue da una piccola ferita da taglio. Aprì il frigorifero e riempì la tazza di latte ritrovandosi da solo a contemplare quella casa che sembrava non appartenergli più.

Spiò il tempo da un buco della tapparella e capì che il suo era passato, svanito, rinchiuso in un baule lanciato in uno stagno che sperava fosse mare aperto. Era ingombrante il suo tempo, troppo pesante e pieno di pretese per una vita come la sua nella quale i doveri avevano sbaragliato il campo da qualsiasi diritto o velleità.

Versò un po’ di caffè del giorno prima nella tazza del latte e c’inzuppò un paio di biscotti che iniziarono a galleggiare. Li spinse giù sul fondo e li lasciò affogare.

 

L’unica cosa che la rendeva fiera del suo lavoro era l’orario d’ingresso. L’alba era solo una speranza quando s’accoccolava sul sedile della sua piccola auto pronta a percorrere quel tratto d’autostrada che la riportava in città. Un binario percorso migliaia di volte senza parlare, ascoltando i suoi pensieri che nemmeno quella notte avevano voluto riposare e che ormai si erano impadroniti della sua vita negandogli qualsiasi slancio che potesse debordare dal quel recinto alto che dominava il suo orizzonte esistenziale.

Anche quella mattina sarebbe giunta con qualche minuto d’anticipo, avrebbe guardato sul display del suo telefonino le foto scattate mentre il sole faceva timidamente capolino lungo il raccordo per poi prendere l’ascensore, sedersi al suo posto, ascoltare in maniera sorda le richieste di pensionati, casalinghe e medici di seconda linea nell’attesa che fosse ora di uscire da quel palazzone anonimo.

 

S’infilò i pantaloncini, scese le scale in maniera svogliata e si lasciò andare al passo delle sue gambe mentre la pioggia iniziò a colpirlo a più riprese. Avrebbe voluto correre per chilometri e chilometri, superare il muro di cinta all’interno del quale la sua anima aveva trovato riparo ed esplorare il mondo circostante.

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