Il cilindro dell’ultimo Giovedì dell’anno

E così arrivò Giovedì, accompagnato da un freddo pungente e da un’alba che preannunciava un cielo terso, si presentò al paese intero con in mano il suo cilindro grigio topo. La gente si era raccolta nella piccola piazza a due passi dal mare. Per non lasciarsi vincere dal respiro ghiacciato della notte, si erano avvolti l’un l’altro in un’enorme coperta di lana pelosa che lasciava all’addiaccio i soli occhi speranzosi. Erano lì in trepidante attesa dall’attimo in cui il Mercoledì, spavaldo e vacuo, era evaporato assieme alle promesse che non era stato in grado di mantenere. Confidavano moltissimo in quel Giovedi che iniziava a prendere forma. Era l’ultima occasione rimasta per raddrizzare un anno storto come le gambe di una vecchia mezz’ala tra le quali avevano visto passare vagonate di desideri ed aspirazioni condotte lancia in resta da una motrice impazzita che di fermarsi da quelle parti non ne volle assolutamente sapere.

Beh, a dire il vero ci sarebbe stato anche il Venerdì seguente, il famoso 31, ma era chiaro che di lui proprio non ci si poteva fidare. Tutti sanno come sono questi ultimi giorni dell’anno. Inattendibili e irresponsabili, si distinguevano per la brutta abitudine di bere e ballare per poi crollare supini sulla prima panchina a russare come mantici fradici di spumanti di terza scelta.

Giovedì era stanco, ad essere precisi più che stanco era corrucciato. Non aveva assolutamente digerito la scelta suprema di metterlo al mondo all’ultimo respiro. Avrebbe preferito di gran lunga essere un bel Giovedì di Maggio e respirare il profumo dell’aria in fiore piuttosto che spuntare in coda all’anno ed essere considerato un mero passatempo in attesa del cenone di fine d’anno. Si sentiva inutile collocato lì, avrebbe potuto essere un rigido Lunedì o un Mercoledì ruffiano e nessuno si sarebbe accorto di nulla. E’ il numero il vero padrone della fine dell’anno, tra lui e il 30 la gente ricordava senza dubbio quest’ultimo, fratello di latte del giorno in cui buttare dal balcone i cocci di una vita vissuta con le pile scariche.

Preso dai suoi pensieri non si accorse subito di quella enorme coperta che copriva la piazza per cui tirò dritto puntando verso i monti che sovrastavano quel piccolo paese di mare.

Fu in quel preciso istante che il Sindaco, lasciato il tepore della lana pelosa, lanciò alla banda il segnale che avviò le note di una marcetta in La minore che arrivò fino alle orecchie di Giovedì. La piazza si ravvivò e ci fu un grosso applauso quando il Sindaco salì i gradini del podio in legno piazzato davanti al municipio e, petto in fuori, invitò il giovane giorno a dargli ascolto. – Caro Giovedì – iniziò con voce squillante il cacofonico Sindaco, – Le porgo il benvenuto a nome di tutta la comunità cittadina che mi onoro di rappresentare, compresi quei quattro gatti che hanno avuto l’ardire di non votarmi e che, nonostante tale affronto, continuano ancora a girare ( in manette, perché la libertà è una bella parola ma non tutti hanno le corde vocali appropriate per poterla pronunciare) per le viuzze del nostro ameno paese. Non è stato un anno facile quello che sta per lasciarci, i problemi sono stati tanti, troppi e io e la mia onorata Giunta abbiamo fatto di tutto per volgere il nostro sguardo altrove e distogliere i cattivi pensieri dei nostri amati concittadini con la futilità di inutili provvedimenti approvati all’unanimità. Ma, nonostante il nostro grande impegno ( riconosciuto da tutti, che sia chiaro) il paese è triste e sconsolato ed alla ricerca di una possibilità concreta di dare almeno tre stellette a quest’anno che, tra uragani e nubi perenni, il cielo non l’ha visto nemmeno con il cannocchiale. Chiedo a Lei, emerito ed insigne penultimo giorno dell’ultima settimana dell’anno, di estrarre dal cilindro che l’accompagna, un motivo da regalare al popolo che l’acclama-. E subito scattò un nuovo applauso così vigoroso che dagli alberi della piazza s’alzarono in volo migliaia d’uccelli ancora in pigiama intenti fino a qualche istante prima a godersi la loro ultima curva di sonno.

La banda riprese per un attimo il suo concerto per introdurre la risposta del giorno che tutti attendevano.

Giovedì non parlò. Restò fermo come una statua per qualche minuto, tanto che dalla piazza iniziò a salire un brusio che dette corpo ad una domanda che di bocca in bocca arrivò fino al Sindaco. E’ sicuro che Giovedì parli la nostra lingua? Il Sindaco volse lo sguardo verso l’Assessore agli Eventi Grammaticali che lo rincuorò con un immediato cenno del capo. Il brusio diventò un vociare insistente che coprì il suono della banda che aveva ripreso a suonare dopo un cenno del Sindaco, spazientito dal protrarsi dell’attesa della risposta.

Giovedì era confuso, non si aspettava di trovare delle persone ad accoglierlo. In tanti anni di onorata carriera aveva capito che le soddisfazioni erano tutte per i Sabati e per le Domeniche, giorni venerati dal culto dell’acquisto e del riposo poco contemplativo. A lui restavano da vivere briciole di soddisfazione. Qualche isolato compleanno da festeggiare con parsimonia, senza tirare tardi che al mattino si lavora, torta e brindisi inclusi. Dal cilindro lui non era in grado di tirare fuori nulla. Mica era un mago, tantomeno un’illusionista e quel copricapo a cui era tanto affezionato di magico non aveva nulla. Quella gente, a quanto pare, aveva venerato altri che si erano spacciati per risolutori di problemi a domicilio, lasciando che la speranza montasse come la crema di un bignè per poi scomporsi con la stessa delusione che accompagna un campeggiatore che smonta la sua tenda a due passi dal lago dorato in cima al mondo. Pensò di continuare il suo cammino tenendosi lontano dalla tentazione di fare il prim’attore e attirare le attenzioni di quella gente infreddolita a cui sarebbe bastato un suo cenno per coltivare la speranza che quest’anno non fosse trascorso invano.

In quell’istante gli balenò nella testa una grande idea. Quel cilindro grigio topo che lo accompagnava da tempo immemore ed era ormai diventato un compagno fedele e muto, la spalla ideale per le sue nevrosi, il signorsì che mai opponeva contraddittorio al suo fare e al suo pensare ad alta voce, poteva finalmente cambiare padrone e rallegrare la vita di qualcun altro. Era ormai giunto il momento che Giovedì trovasse una bella Domenica con cui condividere gioie e dolori per il resto dei suoi giorni.

Posò il suo cappello al centro della piazza. La gente s’ammutolì e fece un passo indietro facendo circolo intorno a quell’oggetto piovuto dal cielo così come fanno i viaggiatori della Domenica che donano un sorriso agli artisti di strada impegnati in acrobatiche esibizioni viste e riviste.

Improvvisamente si fece spazio tra la folla un uomo vestito di nero con una fascia bianca al collo. Si avvicinò al cilindro che giaceva al centro della piazza e unì le mani in segno di preghiera alzando lo sguardo verso il cielo. Tutti i concittadini imitarono questo gesto aggiungendoci una plateale genuflessione che produsse un tonfo sordo da cui esalò un leggero velo di polvere che annebbiò la piazza intera. Issarono il cilindro su un carretto dorato e lo trasportarono in chiesa riponendolo sul capo del venerato Santo Patrono del paese che sembrò accogliere con entusiasmo questo accessorio dall’incerto passato che dette colore alla sua immagine un po’ ingiallita dai secoli nei secoli.

L’Assessore all’Entusiasmo Turistico Ricreativo creò una serie di eventi che condussero in città migliaia e migliaia di affamati fedeli del Santo con Cilindro annesso che nel giro di qualche anno divenne una star indiscussa di tutte le maggiori guide del buon cattolico praticante e buongustaio. Il culmine dei festeggiamenti era in programma l’ultimo Giovedì di ogni anno quando il cilindro, con tanto di Santo Patrono al collo, veniva esposto al centro della piazza del paese a due passi dal mare mentre una folla immensa di fedeli, dopo aver consumato pasti in abbondanza nelle tante trattorie nate in paese, si producevano nella Santa Genuflessione lasciando nell’aria una polvere mistica che raccoglievano e si portavano a casa come ricordo dell’esperienza divina a cui avevano assistito. Nessuno dimenticò quell’ultimo giovedì dell’anno. Nemmeno il Sindaco e la sua giunta che governarono in pace e bene per il resto dei loro anni.

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