Un biglietto in tasca

Vi capita mai di ritrovarvi in tasca un pezzo di carta, un biglietto del cinema, un conto di un ristorante risalente ai bei tempi che furono? Di solito è tutto appallottolato, solitario e mezzo cancellato, pronto ad avvinghiarsi alle chiavi di casa che casualmente sono lì a scandagliare l’angolo più remoto di quella sacca di ricordi affogati nell’incuria che chiamare tasca di un giubbotto è vietato fin dai tempi del compianto Eta Beta. Ieri pomeriggio è saltato fuori un biglietto cinematografico datato 20 Gennaio 2010. Ricordo bene quel lunedi sera romano iniziato troppo presto per terminarlo a letto e condito da una malinconia di fondo che esigeva la presenza di altre persone aventi l’ingrato compito di dimostrarmi che il mondo aveva voglia di spensierati progetti anche in presenza dei miei fallimenti umoralsentimentali. Non avevo voglia di costringere amici e conoscenti a sorbirsi la mia nebulosa presenza per cui decisi di fare il mio ingresso al cinema accompagnato unicamente dal  mio giubbotto beige e dalle piume d’oca che esso conteneva ( e contiene ancora, visto che con i tempi che corrono…un giubbotto è per sempre) . Il titolo scelto fu  La prima cosa bella. Apprezzo molto lo sguardo leggero di Paolo Virzì, capace di fotografare situazioni e stati d’animo tanto reali da restarti accanto per lungo tempo.  Ero seduto tra una copppia che sfiorava la terza età e due signorine che sembravano appena uscite da una sezione del PCI. La gente ti guarda strano quando sei al cinema da solo. Magarì pensa sarà uno sfigato che non esce mai e non conosce nessuno oppure sarà uno psicopatico che appena calano le luci molesterà qualsiasi cosa gli sta accanto compreso il piccolo cane dei due anziani signori. Verso la fine del film, quando una serie copiosa di calde lacrime iniziarono a rigare il mio volto i mei vicini decisero che, tra le due precedenti possibilità, era sicuramente la prima quella che più mi si confaceva. Iniziarono a guardarmi con uno sguardo pietoso  punteggiato da una tenerezza da grandi magazzini e sono certo che m’avrebbero dato il loro numero di cellulare per dimostrarmi che un cuore batte nel petto della gente anche nel terzo millennio. Incartai bene la mia figura meschina da uomo randagio e mi avviai un pò desolato verso casa convinto che quello era senza dubbio il miglior film di Virzì, che l’amore è qualcosa di fondamentale nella vita di una persona e che se ti pervade non ti lascia più e che la gente ama sentirsi più fortunata degli altri in modo da poter dispensare gratis solidi sorridi pietosi.

Ps. Molto bella la canzone della Mannoia

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