In giro alla ricerca di te

Ti ho cercato lungo quella strada alberata,  la ricordi?  Quella lunga, che porta al mare.  Quella dove il traffico lento ci spingeva a vincere l’imbarazzo e a parlare di noi.

Ti ho cercata sulla sabbia del litorale, orfana della nostra presenza. Mi ha chiesto di te. Gli ho risposto che non esisti, che quello seduto sul bagnasciuga era l’ologramma di un sogno mio,  mica qualcosa di concreto.
Mi ha chiesto di te anche l’onda prima d ‘infrangersi sulla battigia.  Eravate belli assai uno accanto all’altro mentre tremavate al freddo dell’acqua mia, mi disse convinta che nulla c’avesse divisi.  Onda cara, stavolta hai toppato, il freddo ha ghiacciato il cuore che si e’ sciolto, liquefatto al calore della concretezza, gli risposi io senza emozione.
C’era anche il cane con lo skate sulla rotonda che pian piano s’animava di gente pronta ad applaudire le sue acrobatiche evoluzioni. Pero’ non mi ha chiesto nulla, nemmeno una spinta.

Sono andato a Trapani e ho pensato che m’aspettassi all’aeroporto. Lì c’era un volo che non abbiamo mai preso. Rullava ancora nella speranza che la smettessimo di tardare. Mi ha chiesto di te. Gli ho detto che ti ho perso. Ho aggiunto che forse non eri mai esistita. Mi ha chiesto se poteva finalmente partire. Gli ho detto di si. Mi ha chiesto torni indietro con me? Gli ho risposto che non era il caso.

I pescatori non m’hanno detto nulla di te. I pescatori non mi hanno proprio rivolto la parola. Sai come sono gli isolani, sempre attenti alla privacy della gente. Ho mangiato, girato e riflettuto, ma tu non c’eri.

Allora sono andato al lirico e ho chiesto di te. La Carmen era stata appena traviata e non voleva assolutamente parlarmi. Con un filo di voce mi ha detto chiedi al barbiere. Gli ho risposto che non m’andava di arrivare fino a Siviglia, ero appena tornato da Trapani e non avevo intenzione di imbarcarmi di nuovo.

Mentre uscivo ho sbirciato in un camerino, c’era l’abito tuo di quella sera. Mamma mia, quanto eri bella mentre aprivamo la finestra sul mondo dei nostri sentimenti intrecciati fino a formare un paniere pieno di cose buone da mangiare. E’ solo un vestito di scena, sussurra all’improvviso una voce dalla stanza. Sembrava un miagolio, altro che voce. Era il gavatto, conosciuto una sera alla garbatella prima che la campana del convento terminasse i suoi religiosi rintocchi. Ha ragione il mio amico gavatto, e’ solo un vestito di scena. Lui si che e’ saggio.

Peppe Sale non era ancora tornato dal suo viaggio lunare. Gli ho lasciato un messaggio in una bottiglia sciolta nel Tevere. Chissa’ se un giorno gli arriverà, però sono sicuro che se lui sà non si tirerà indietro. Mi cercherà e mi dirà. Cascasse il mondo lo farà.

Ti ho cercato da Sotantar. Era al bar, in borghese, e grattava svogliato delle caselle su un talloncino di carta colorata. Appena m’ha visto m’ha chiesto cinque euro. Gli ho chiesto, perché? Mi ha detto che aveva bisogno di una barba finta visto che la sua stentava a ricrescere. Ti capisco, amico mio, gli ho detto pieno di umana comprensione. Ho allungato la mano e gli ho dato un buono pasto e lui, con generosità, m’ha indirizzato un Waheguru  beneaugurante. L’ho abbracciato, era liscissimo in viso. Un dramma. Non  gliel’ho chiesto se t’avesse visto. Era troppo giu’.

Allora sono andato da Carlo, l’attore comico. Avevi riso assai ai suoi spettacoli. E’ stato gentile con me Carlo. Gli ho chiesto se una di queste sere avesse sentito una risata franca e armoniosa provenire dal pubblico, ma lui m’ha detto che le risate, durante i suoi spettacoli, si sprecano. Allora gli ho raccomandato di portarsi dietro un ampio cassettone e di custodire gelosamente le risate in eccesso che nella vita non si sà mai cosa ti aspetta.

Ora sono qui ma continuo a cercare. Ci sono mille e mille posti dove passare e chiedere di te. Se t’hanno visto anche gli altri vorrà dire che tanto sogno non eri. E io, prima o poi, ti troverò. Ne sono certo.

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