O’ vascio….

….E’ così che ribattezzammo la nostra piccola compagnia teatrale. Erano i primi anni novanta e trascorrevamo tante delle nostre serate nell’atrio di una scuola elementare di periferia a provare e riprovare  i movimenti e le battute delle più celebri commedie scritte da Eduardo Scarpetta. Eravamo una compagnia variegata in età, gusti e  interessi. C’era lo studente universitario, l’aspirante imprenditore, il pensionato, la casalinga, l’infermiere, il meccanico, il sindacalista e tanto altro ancora. Tutti uniti da una profonda amicizia e da una ferrea volontà di andare in scena nonostante le mille difficoltà e le tante perplessità da parte di chi preferiva sottostimarci. Invece la gente ci premiò. Ci venne a vedere e si divertì. Che emozione sentire tutti quegli appalusi mentre ci tenevamo per mano su quel palco. E tornò a vederci con piacere ad ogni nuovo allestimento. Oggi O’ vascio non esiste più ma la passione di quelle persone che con me condivisero quel periodo è rimasta intatta. Rivedere i miei vecchi amici vivere l’attesa spasmodica che raggruma  gli attimi che precedono l’apertura del sipario trasformandoli in una pietra che si piazza al centro esatto dello stomaco è stato davvero emozionante. Erano lì in trepidante attesa, abbigliati e truccati a dovere, elettrici come pile pronte a sprizzare carica emotiva al servizio del loro ego e del divertimento della platea accorsa in massa. Mi hanno abbracciato e baciato come sempre, facendomi sentire uno di loro. Quanto mi piace sentirmi uno di loro. Quanto ho invidiato la loro voglia di mettersi in gioco e di dimostrare che gli anni e gli eventi non bastano a costituirci parte civile contro il bisogno di sentirsi vivi. Sono trascorsi quasi vent’anni dall’ultimo spettacolo. Ricordo come fosse oggi l’adrenalina scorrermi lungo la schiena mentre entravo in scena. L’attesa liberatoria del riso del pubblico che m’inorgogliva facendomi sentire unico.  Quanto bene mi ha fatto far parte di quella compagnia teatrale, quanto bene ha fatto alla consapevolezza di ciò che ero e di ciò che avrei  voluto essere. Quanto è servito a ridimensionare la mia timidezza, a limitare il mio desiderio di acucciarmi dietro ogni spigolo con l’intento di non farmi notare. Quanto m’ha aiutato a capire che l’unico modo per dare il meglio di me era impegnarmi, studiare, lottare e non arrendermi, non aver timore, non darla vinta a quella parte di me che mi sottostima e che mi sussurra all’orecchio ma dove ti presenti. Cari Nicola, Maria Pia, Margherita, Pasquale, Giovanni, il tempo non è passato, il tempo è ora, il tempo sarà domani. Il tempo c’è sempre per coloro che hanno voglia di viverlo non negando ciò che li appassiona. Nei vostri occhi io ho letto la stessa luce di allora, la stessa voglia di emozionarvi ed emozionare. E quella luce m’ha riscaldato il cuore e ha sciolto le mie lacrime. Grazie

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