RIflessioni #3

Chinarsi per raccogliere il senso delle cose mi provoca fitte lancinanti che consigliano l’immobilismo emozionale, come quando le ginocchia scricchiolano dopo aver macinato un pò di chilometri e sei indeciso se convertirti al partito di quelli che considerano il dolore un effetto secondario di un’azione positiva da tollerare con religiosa referenza oppure una causa di natura deflagrante il cui senso è quello di metterti in guardia contro l’approssimarsi di deformazioni irreversibili e devastanti. Ero sul raccordo autostradale a due passi da casa e un tipo mi sorpassa per poi mostrarmi il dito medio attraverso lo specchietto retrovisore. Assorto dal disordine mentale che precede la fine di un’intensa giornata di lavoro non ho colto immediatamente che quel gesto fosse rivolto a me, ho pensato che fosse un modo originale per mostrare il proprio disappunto nei confronti del maltempo che avanzava verso di noi a colpi di tuoni e fulmini. Come al solito non avevo compreso l’entità delle cose, ero proprio io il destinatario di quell’invocazione degenere e la cosa m’ha finalmente destato dal torpore facendomi interrogare sul perchè c’è l’avesse con me. Mentre effettuavo un rapido report delle mie azioni giornaliere cercando di ricordare se ci fosse stata qualche mia manchevolezza tale da giustificare una rincorsa autostradale condita da un vaffanculo ad altezza telepass si è formata la solita coda che anticipa l’uscita verso il centro abitato. Il tipo era lì davanti a me, vedevo il suo sguardo riflesso dallo specchietto, sembrava non molto alto e agitato al punto giusto per scoppiare da un momento all’altro. E’ terribile quando non afferri il senso delle cose, quando non riesci a comprendere il perchè di alcuni avvenimenti che ti coinvolgono inconsapevolmente. Apre la portiera e scende, è incazzato, ha una camicia a quadretti bianca e blu, c’avrà la mia età,  è basso di statura, non si avvicina e resta nel recinto della sua portiera spalancata blaterando frasi che non comprendo pienamente. Decido di scendere, tengo chiuso il boccaporto delle emozioni e cerco di essere razionale, non mostro nè timore nè spavalderia. Lui mi guarda e mi accusa di aver rallentato la sua corsa da casello e casello invitandomi a prendere il treno per spostarmi  così “non rompi i coglioni a chi va di corsa“. Lo guardo anche io e lentamente scoppio a ridere, lo faccio in maniera fragorosamente involontaria, il boccaporto si sarà aperto incidentalmente approfittando della mia vulnerabilità momentanea. Quasi vorrei scusarmi con lui, non per la mia lentezza autostradale (immotivata, chi conosce la Napoli Salerno sà che superare gli 80 Km orari è come affidare la propria vita alla Lehman Brothers) ma per il mio attacco d’ilarità di cui lui è spettatore involontario più che ignaro artefice. Non riesco a farlo però, si rintana nell’ auto appagato dal suo sfogo. Rientro anche io e penso che ci sono cose che non hanno senso e che non vanno raccolte ma solo lasciate essiccare in modo che perdano la loro carica animale.

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