La sedia della felicità

Dino fa il tatuatore, è romano ma vive a Jesolo, il suo matrimonio è fallito e pure la sua bottega non se la passa tanto bene ( e fin qui nulla di nuovo per Valerio Mastandrea, il migliore in italia nel rappresentare con amaro realismo il maschio separato, indebolito e squattrinato). Bruna è un’estetista ma gli affari non vanno affatto bene ( e qui si vira sul fantasy visto che la maggior parte dei nostri compatrioti preferisce rinunciare al piatto in tavola piuttosto che all’abbronzatura on stage o alla ceretta). Norma Pecche è un’anziana galeotta, forse la miglior cliente di Bruna, che prima di lasciare questo mondo gli rivela ( solo a lei? Chissà…) un segreto capace di cambiarle la vita. La sedia del titolo è oggettivamente brutta, rossa, con una testa di elefante a fare da schienale e una seduta sofficemente zebrata. E’ kitsch e sopra le righe come la maggior parte dei personaggi che si susseguono lungo la ricerca della felicità di Bruna e Dino cui si richiama il titolo del film. Carlo Mazzacurati ci porta a casa sua, in Veneto, luogo fisico e sociale molto gettonato dal nostro cinema in questi ultimi anni, ma lo fa scegliendo perlopiù protagonisti stranieri, quasi a voler sottolineare la deriva multiculturale che sta sgretolando la tanto strombazzata identità padanoveneta. Il tono del film è leggero ma non troppo,  interessante il contrasto tra la caratterizzazione molto marcata dei personaggi di corredo su cui il film poggia molto e il retrogusto amaro di una normalità perdente che si barcamena tra la sfiducia e la solitudine. La scelta stilistica sembra avere un imprinting quasi Coheniano a cui però manca un ritmo appropriato alla dinamicità dell’azione narrativa, una sceneggiatura adeguata e dei dialoghi un pò più pregni, molto è lasciato alla libera azione degli attori ( bravi tutti, da Mastandrea alla Ragonese fino ai tanti che c’hanno messo la faccia anche per pochi ma interessanti scene) e il  finale sembra un pò sgarrupato. Mi aspettavo di più…..

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