La donna nella pioggia

L’autunno qui a Napoli è impalpabile, entra e quasi mai lascia il segno, come quegli attaccanti di scorta a cui ci si affida nel momento del bisogno ma che non vanno mai aldilà di qualche sterile tiro tra le braccia del portiere avversario.

Ho bisogno dell’autunno, è il mio capodanno, allora l’ho cercato in un titolo tra gli scaffali di una libreria. La donna nella pioggia mi è sembrato perfetto, così come la sua copertina con quella finestra socchiusa che lascia ad una farfalla la libertà di scegliere se rimanere a guardare oppure provare davvero a vivere.

Stella, la protagonista del romanzo, ha bisogno di sapere per poter davvero essere, troppe sono le domande a cui non è in grado rispondere, chi è il suo vero padre, che fine ha fatto sua madre. Lei non lo sa, il vuoto ha riempito i suoi ricordi e nessuno sembra disposto ad aiutarla. Tutti questi interrogativi si trasformano in una vera e propria malattia e, si sa, quando ti ammali o ti lasci avvolgere dalla sconfitta oppure ti ribelli e combatti. E Stella inizia a lottare, con suo marito Mattia, con la sua amica Rossana e con chiunque sembra volersi frapporre tra lei e la verità.  Lo scontro non ammette mediazioni, Stella capisce che la sua vita è una finzione e allora decide di agire.

E’ brava  Marina Visentin a descrivere, attraverso le ansie di Stella, una condizione di vita in bilico tra vincoli e desideri, tra relazioni formali e amare scoperte, tra la necessità di dovere essere e l’impossibilità di poter essere che appartiene ad una parte dell’universo femminile.  La narrazione è sciolta, mai pesante grazie ad un uso sapiente dei tempi e del ritmo che sono quelli del thriller ma che, in questo caso, sono messi al servizio di una storia che non si comprime nella ricerca affannosa del colpevole di turno ma che spazia in maniera ampia e solida tra introspezione personale e vicende che fanno parte della nostra storia nazionale.

Il mio autunno è iniziato bene grazie a questo libro, provate anche voi…

 

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Tutto ciò che ti appartiene

Cosa ci appartiene? Le nostre esperienze, anche quelle che acquistiamo per una manciata di banconote, senza dubbio alcuno. Vale per me, per il giovane insegnante d’inglese trapiantato in Bulgaria, per Mitko, per tutti. La Bulgaria la immagino triste, mi ricorda l’autunno, il tardo pomeriggio, vento e foglie a scomporre il paesaggio che scorre desolato verso il buio della sera. Il bus scorre verso Mladost e Plovdiv, c’è poco da guardare, allora viene semplice riflettere, cercare di capire se il desiderio sia una cura per la mancanza oppure solo un modo per esorcizzare la propria angoscia. Gran bel libro, leggetelo se potete….

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DIEGO, Supereroe in mutande

A vent’anni il mio supereroe preferito non rientrava affatto nei canoni iconici della Marvel, era basso, tarchiato, cafone, drogato e chiavettiere, invece del mantello indossava una maglietta azzurra con un bel 10 sulle spalle e il nome di una marca di spaghetti sulla pancia prominente.  Il suo nome era semplice e chiaro, Diego, il supereroe più proletario che sia mai esistito. Ad Hancock gli faceva un baffo, una volta lo trovarono a farsi foto in una vasca a forma di vongola in compagnia di un boss. È un pò come trovare a Batman da Nennella ai quartieri spagnoli che si intofa di pasta e patate assieme a Joker. Io stravedevo per Diego e come me persero la testa per lui milioni di napoletani. Qualcuno ti chiamava terrone sfigato e non sapevi come difenderti? Bastava invocare il suo nome e lui compariva in tutta la sua semialtezza e ti levava gli schiaffi da faccia. Un vero supereroe. Ieri ho intravisto in TV uno che si spacciava per lui ritirare una pergamena sulle scale dell’androne del comune di Napoli. Aveva una capa a forma di mozzarella di bufala e un completo nero simil Diabolik. Quello sta a Diego come Clark Kent sta a Superman, voi ce lo vedete il sindaco di Metropolis invitare il mite giornalista per nominarlo cittadino onorario? Io no e tifo ancora per Diego, quello vero, il più grande supereroe mai esistito che è ancora parte integrante dei miei sogni da cinquantenne…

Ritrovare la memoria grazie ad un libro, La lentezza della Luce

Spesso i libri sono degli ottimi vettori spazio-temporali, questo di Michele Dalai mi ha riportato indietro di circa trent’anni, ero sulla banchina del porto e provavo a darmi un tono da sportivo praticante cercando d’infilarmi in una di quelle strettissime imbarcazioni utilizzate dai canottieri per solcare l’acqua alla ricerca di un traguardo da raggiungere.

Alto e grosso, a dieci anni sembravo un quindicenne risparmiato dai foruncoli, ero l’unico che giocava a calcio indossando la maglietta di papà perché era la sola che mi andava “a soddisfazione”, non la scorderò mai, era azzurro sera con il colletto bianco, talmente pesante e rigida da sembrare uno scafandro. Indossandola, la mia velocità di crociera in mezzo al campo era quella di un cartonato pubblicitario.

L’allenatore aveva ripetuto come un mantra la procedura da seguire per salire a bordo del singolo senza fare danni: “Totò, concentrati e cerca di essere coordinato, prima il culo sul carrello, afferra i remi e poi entra con le gambe, fai attenzione a non inclinarti troppo altrimenti fai ‘na figur ‘ merd”. E’ così accadde, l’acqua verdacea del porto mi accolse sardonica restituendomi al resto della truppa inzuppato fradicio e senza alcuna dignità da difendere.

Quel mattino terminò la mia esperienza da canottiere e capii che per lo sport sarei stato poco meno di una comparsa ma che lo sport sarebbe stato per me un amico prezioso, la cosa importante è sceglierseli bene gli amici e non pretendere mai troppo da loro.

Ha proprio ragione Michele Dalai, ci vuol talento anche nel non avere talento, nel conoscere i propri limiti per riconoscersi e fare pace con il proprio modo di essere.

La lentezza della luce è scritto bene, non è paraculo ma sa di un buono che oggi pare essere (purtroppo) fuori moda. In un mondo dove la dedizione e il sacrificio sembrano avere senso solo se si vince, raccontare dell’Aurora Desio o di Zola Budd è un atto di coraggio e io amo i coraggiosi!

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Zio Petros e i calzini a 3 euro

Siamo onesti, per un matematico ammettere che la verità non è sempre dimostrabile è dura almeno quanto lo è per un torinese confessare che due passi a Via Caracciolo possono essere talmente liberatori da ispirare un discreto sorriso offerto al giovanotto col baffo hipster che da 10 minuti lo (in)segue per proporgli una confezione di calzini di dubbia provenienza alla modica cifra di 3 euro.

 Il matematico è l’integralista del ragionamento logico, è lo slalomista del teorema che osserva dall’alto del cancelletto il percorso che lo separa dalla gloria, convinto che non esista paletto al mondo che possa impedirgli di arrivare in fondo alla sua dimostrazione. E’ il supereroe che vorremmo albergasse in ognuno di noi, senza macchia né paura, sempre pronto ad andare oltre, incurante di ogni tipo di limite che possa frenare la sua voglia di verità.

Tutto ciò però ha un costo, è dannatamente usurante,  toglie spazio a tutto il resto lasciandoti solo con le tue teorie da dimostrare.

 E’ così anche per Petros Papachristos, protagonista di questo bel romanzo del 1992 scritto da Apostolos Doxiadis, che decide di passare alla storia come colui che dimostrerà la famigerata congettura di Goldbach. L’ambizione è altissima, mai nessuno è riuscito nell’impresa, in tanti sono finiti stritolati nella morsa dei numeri primi che non vogliono saperne di spiegare al mondo perché la loro somma da vita sempre ad un numero pari maggiore di due. A raccontarci di Petros ci pensa suo nipote, cresciuto curiosando tra le pieghe della vita di questo strano zio così poco considerato in famiglia e, proprio per questo, tanto affascinante.

Il libro è indubbiamente piacevole, nonostante qualche (doverosa) incursione nel complesso universo matematico lo possa rendere leggermente indigesto per coloro che ritengono la matematica uno strumento di tortura.

Nella vita è meglio puntare obiettivi realisticamente raggiungibili oppure inseguire tenacemente vette inesplorate con la speranza di essere un pioniere ricordato e rispettato da tutti? Rispondere a questo quesito può essere più complesso che risolvere la congettura di Goldbach, voi che ne dite?

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Attenzione alla trilogia di Kent Haruf, può creare dipendenza

Ciao, sono Antonio, amo leggere e sono 3 giorni, 8 ore e 14 minuti che non apro un libro di Kent Haruf.

Lo so, è così difficile lasciare Holt, mettersi alle spalle i sermoni rivoluzionari di Lyle, le serate impacciate ma cariche di umanità trascorse in compagnia dei fratelli McPheron e di Victoria Roubideaux, è dura non poter continuare ad alimentare la naturale empatia con Tom Guthrie e Maggie e l’efferata antipatia nei confronti di Hoyt Raines.

Ma non potevo continuare così, ho bisogno di mettere da parte le aste per il bestiame e i negozi di ferramenta, devo allontanarmi dalle strade polverose che costeggiano enormi campi di grano e dalle ragazzine che trascorrono intere serate a pedalare tra un lampione all’altro, devo rivolgere lo sguardo altrove, vivere nuove esperienze letterarie. Sono certo che anche il buon Kent, se fosse ancora vivo, la penserebbe come me, altrimenti, invece di una trilogia, ad Holt avrebbe costruito una comune invitando tutti i melanconici a passarci almeno qualche giorno. Io ci sarei andato, ci potete scommettere, avrei preso una birra al Triple M, mi sarei fatto un bel giro lungo la Third Street per poi tornarmene a casa affranto ma felice, con il suo ultimo romanzo intitolato Dipendenza tra le mani.

Dopotutto, domani è un altro giorno…

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Uomini e Topi, brusii compresi

Mi piacciono le librerie raccolte, minute, quelle dove i libri non ti adescano con  copertine luccicanti e offerte irrinunciabili ma restano discreti e pazienti, consapevoli del loro talento, in attesa che la curiosità ti porti dritto tra le loro pagine. Adoro le librerie immerse nel brusio, quelle dove chi legge mette in circolo le emozioni scaturite dall’incontro con un libro senza aver timore di ostentare il piacere che ne è scaturito. Condividere è importante, vale anche per i libri. La lettura di Uomini e topi è nata proprio così, da un brusio, ascoltando casualmente una conversazione tra gli scaffali, parlavano di John Steinbeck e di come non si potesse prescindere da lui riguardo tutto ciò che è letteratura americana. E’ stata una tentazione troppo forte per la mia voglia di ampliare gli orizzonti letterari e ho deciso di leggere qualcosa di suo. E’ un periodo in cui l’America è al centro delle mie letture, la trilogia di Haruf, i racconti di D’J Pancake, credo sia nato tutto con l’avvento di Trump, con la necessità di comprendere meglio gli Stati Uniti che nessuno racconta, quelli considerati “periferici” dai media ma che hanno dimostrato di essere ancora una volta prevalenti, quelli dove la gente vive di campi e raccolti, di vacche e vitelli, di rocce da spaccare, lavori saltuari e depressione, un’umanità talmente poco rappresentata da essere dimenticata. E’ stata più la letteratura di genere a dargli spazio, penso a Joe R. Lansdale, oppure al cinema gore del primo Tobe Hooper. La forza di Uomini e Topi è nella sua assoluta semplicità. George, Lanny, Slim, Curley e sua moglie, Carlson rappresentano un’umanità facile da codificare per coloro a cui era destinato il libro, i braccianti californiani, e il loro interagire tocca le corde giuste per emozionarli e lasciare il segno. Allo stesso modo questa semplicità riesce a trasmettere a noi il senso di spaesamento e di fatalismo che avvolgeva quell’America durante la depressione, il sogno come unico rifugio di fronte ad una realtà dura come lo zoccolo di un cavallo da soma. Ottima la traduzione di Michele Mari.

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