Napolislam

Spesso associo Napoli ad una spugna: porosa, ricca di cavità nelle quali ospita esistenze, le assaggia, le combina tra loro trasformandole e poi le strizza via lasciandole al loro destino. Napoli è funzionale al concetto di passaggio, di cambiamento, non ispira stanzialità perché è scomoda da vivere, troppo impegnativa per chi si è lasciato sedurre dal culto dell’ordine, non offre opportunità da cogliere al volo ma ti permette, se ne hai voglia, di volare alla ricerca delle tue opportunità. Napoli è un grande laboratorio dove la gente sperimenta su di sé gli effetti delle proprie scelte più che altrove.

Ho trovato conferma di queste mie sensazioni guardando Napolislam, interessante docufilm di Ernesto Pagano che descrive la quotidianità di una decina di miei concittadini che hanno scelto di abbracciare l’Islam. La fusione, richiamata fin dal titolo, è quanto mai azzeccata, in questo documentario non c’è Napoli e non c’è l’Islam, ma la loro mescolanza, ci sono le contraddizioni di un popolo che cerca riparo nell’assolutezza di un credo. Non è una novità tutto ciò, il rapporto con la religione è stato sempre primario dalle mie parti, quasi catartico, un modo per liberarsi, seppur temporaneamente, delle scorie prodotte da una vita condotta all’insegno dell’IO. Il cattolicesimo era perfetto per questo scopo, lo si poteva esibire come se fosse un costume, una litania di suoni e parole da ripetere, una serie di regole da rispettare per mostrare agli altri di essere degni di sedere alla mensa del Regno dei Cieli. Oggi è diverso, la Chiesa, per stare al passo coi tempi, ha preferito cambiare registro, riducendo a gadget commerciali buona parte della sua iconografia e stemperando le regole su cui era fondata in semplici suggerimenti. In questo modo ha perso il suo ruolo di guida, soprattutto per quella parte della popolazione che ha sempre considerato la religione come un codice civile da seguire.

Ad un certo punto del documentario, mentre un gruppo di persone prega per strada, lungo un vicolo a ridosso di Piazza Mercato, c’è una signora anziana che li osserva e dice “questi lasciano tutto e vengono a pregare sempre, non come noi che ormai andiamo in chiesa solo quando ci serve qualcosa”.

In questa rimpianto per ciò che non è più, s’insinua il richiamo dell’Islam, il cui rigore sembra in netta contrapposizione con il fatalismo anarchico partenopeo ma che invece si decanta grazie ad un’applicazione locale dell’integrazione tanto originale da essere unica.

Cos’è la fede? Una chiamata dall’alto che non puoi programmare ma solo accettare, dice un uomo a suo moglie, scettica nei confronti della scelta islamica del marito, Io non ho avuto nessuna chiamata fino ad ora, spero non arrivi visto che sto bene così è la sua risposta.

A Napoli non ti chiedono perché non può esserci lo strutto nelle zeppole, qui ti fanno le zeppole e le sfogliatelle halal e pure il casatiello senza maiale.

Non è stato semplice per Napolislam approdare nelle sale cinematografiche italiane, anzi, credo che abbia fatto qualche fugace apparizione per poi essere messo da parte. Oggi parlare di Islam è difficile, fa paura, come parlare di Napoli d’altronde, legare i due argomenti in un documentario che abbia la velleità di raccontare la realtà rinunciando ai soliti luoghi comuni è da irresponsabili. Ma per fortuna c’è chi se ne frega dei luoghi comuni e ha ancora voglia di raccontare le persone.

Se avete voglia di vederlo e avete Sky cercatelo su On Demand nella sezione dedicata a Sky Arte. Ne vale la pena

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Suburra

Piove a dirotto, Roma è un vuoto a perdere, in giro solo esseri affamati, di potere, di fica, di droga, di soldi. Il mare è livido e senza vita, di tanto in tanto il sangue placa la sete ma non basta. L’acqua scorre a fiumi ma non lava nulla nè disseta, l’umanità è un ricordo che campeggia solo sui messaggi pubblicitari di un centro commerciale, tra striature di sangue lasciate da corpi ormai inermi e auto lanciate a velocità insostenibile.

Non ho nessun dubbio, Suburra è il miglior zombie movie degli ultimi anni!

suburra

Perez

Il Supercinema di Castellammare ha quasi otttant’anni e un fascino discreto e cristallino per nulla ingrigito dagli anni. La sala è piccola, senza fronzoli, le luci sono ovattate per non disperdere l’emozione dell’attesa per ciò che si svelerà sul telo bianco da lì a qualche minuto.  Il Supercinema è il posto giusto per coloro che la proiezione la vogliono vivere sulla pelle oltre che nelle orecchie e negli occhi, si sta comodi ma senza eccedere,  non è pensato per chi ha voglia di sprofondare nella poltrona come se fosse il divano di casa, questa sala richiede attenzione,  il cinema richiede attenzione e il Supercinema è il luogo perfetto per concedergliela. E’ per questo che l’ho scelto per vedere Perez, è per questo che mi piace scegliere sale di questo tipo quando ho voglia di godermi un film che sento più degli altri.  Demetrio Perez è un avvocato e abita al Centro Direzionale di Napoli,  ha una figlia, Tea, che ha perso la testa per un camorrista.  Non è il solito avvocato da copertina, è un uomo senza fiamma che sopravvive alla sua astenia morale rispecchiandosi nei viali deserti di questo pezzo di Napoli che gli assomiglia in maniera imbarazzante. Si limita a fare il difensore d’ufficio Demetrio Perez, nominato per caso da delinquenti d’ogni tipo in attesa di giudizio, la cui unica speranza è quella di uscire fuori da Poggioreale prima possibile. Ma Buglione non è uno di questi, lui è molto di più, è un abile manipolatore che sceglie Perez per la sua disperazione, convinto che gli sarà utile per poter concludere un lavoro rimasto a metà. Chi dice che in Italia non cè nessuno in grado di realizzare un noir d’autore corra al cinema a vedersi questo film. Atmosfere plumbee, dialoghi asciutti e interpreti di livello fanno di Perez una pellicola che lascia il segno. Luca Zingaretti è perfetto nell’interpretare quest’uomo provato da una cronica incapacità di prendere posizione e che improvvisamente è costretto dagli eventi a riappropriarsi della propria vita e di quella di sua figlia contando solamente sulle sue forze.  Edoardo De Angelis racconta la storia utilizzando in maniera convincente la fisicità degli interpreti oltre che i loro sguardi e le loro parole: il taglio retrò dell’abito di Demetrio Perez c’introduce fin dall’inizio del film il suo tono dimesso,  la flaccidità e le occhiaie che accompagnano il suo collega amico Merolla raccontano  il tormento di un uomo consumato dalla tragedia familiare,  il nitore del viso di Buglione (bravo Massimiliano Gallo a mostrare ancora una volta il suo talento poliedrico) aiuta a tratteggiare l’animo di un uomo freddo, calcolatore, capace di usare gli altri a proprio piacimento.  La resa espressiva dei corpi era una peculiarità già di Mozzarella Stories, suo film d’esordio,  lì però il tutto era reso più semplice dal tono volutamente sopra le righe dell’intero filmNon mi ha convinto Marco D’Amore, il suo Francesco Corvino manca di spessore e sembra un pò schiacciato dalla prova degli altri interpreti più bravi di lui a caratterizzare in maniera convincente i loro rispettivi personaggi, l’ottimo ricordo de Una vita tranquilla di Claudio Cupellini sembra un attimo sbiadito…… ma sarà solo un attimo, ne sono certo!!

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Sacro GRA

Roma e il Raccordo anulare, Roma è anche il Raccordo anulare, potresti percorrerlo ininterrottamente per anni e ritrovarti sempre nello stesso punto ad attendere che ti conduca da qualche parte. In realtà dal Raccordo non esci se non hai un obiettivo da raggiungere, un appuntamento improcrastinabile che non puoi mancare, una donna che ti aspetta da qualche parte, un contratto da firmare, un figlio da riportare a casa. Percorrere il Raccordo è come andare in metro, puoi ammirare i volti di coloro che ti passano accanto nelle loro macchine, spiluccare tra i loro pensieri cercando di coglierli al volo prima che vadano via. Puoi permetterti di essere sbadato e mancare per un pelo la tua uscita, ti riporterà esattamente nello stesso posto senza che tu debba cambiare strada. Sul Raccordo hai sempre una seconda opportunità, anche una terza se vuoi, il tempo si dilata prendendo possesso del tuo vano bagagli lasciandoti solo con le tue riflessioni autostradali. Il Raccordo assomiglia a quel corridoio che percorriamo più e più volte in attesa di una risposta importante, sembra fatto apposta per quello, per lasciar decantare la tensione dell’attesa oppure farla aumentare in maniera vertiginosa fino a farla scoppiare quando si appalesa sul nostro orizzonte il numero dell’uscita che aspettavamo. Quello che ho apprezzato molto di Sacro GRA è la rappresentazione della dicotomia tra la dinamicità inerziale di questo flusso perenne di auto che girano in tondo sull’asfalto e la staticità delle vite di coloro che vivono lì a due passi. Esistenze semplici, frugali, pietose, dignitose ma tutte accomunate da un senso di lentezza e originale ordinarietà perfettamente ritratte grazie alle splendide inquadrature sghembe utilizzate da Gianfranco Rosi. E’ come se per questa gente il Raccordo rappresentasse un immenso albero di Natale decorato con una serie di lucine che fanno sempre lo stesso movimento, qualcosa da guardare di tanto in tanto distrattamente,  giusto per ricordarsi che c’è dell’altro aldilà delle proprie storie di vita.

SacroGRA

Oculus, che noia

Prendi la solita villetta a due piani, falla acquistare dalla solita famiglia middle cass americana, mettici i soliti  marmocchi che si rincorrono tra casa e giardino e la solita entità malefica pronta a rovinare l’armonia familiare fino a trasformare casa in una via di mezzo tra una clinica psichiatrica e un mattatoio ……al netto di qualche variante narrativa credo possa essere questo l’incipit di una vagonata di film più o meno horror che cercano disperatamente di spaventarci ma che spesso si limitano ad annoiarci facendoci rimpiangere ‘e tiemp bell e ‘na vota quando vedere un filmdi paura era un modo per rimediare  in modo efficace ai problemi di stipsi.  Vista la mancanza di fondi e quindi l’impossibilità di calcare la mano sul lato gore della faccenda, Oculus diventa un gioco a tre tra sorella,  fratello e specchio messianico.  La prima è carina ma nevrotica, il secondo è carino ma scettico mentrre lo specchio….beh, fa la sua parte con consumata professionalità e pure con una capacità scenica da non sottovalutare rispetto al quadro generale del film. E’ vero che in questi giorni andare al cinema costa poco ma se avete tre euro e volete davvero inquietarvi  andate in videoteca e noleggiate qualcosa di potente e originale, chessò,  L’inquilino del terzo piano di Polansky oppure se proprio volete smuovervi le budella con qualcosa di truculento recuperate  un Fulci  d’annata e non ve ne pentirete…..alla faccia di Oculus!

oculus

La sedia della felicità

Dino fa il tatuatore, è romano ma vive a Jesolo, il suo matrimonio è fallito e pure la sua bottega non se la passa tanto bene ( e fin qui nulla di nuovo per Valerio Mastandrea, il migliore in italia nel rappresentare con amaro realismo il maschio separato, indebolito e squattrinato). Bruna è un’estetista ma gli affari non vanno affatto bene ( e qui si vira sul fantasy visto che la maggior parte dei nostri compatrioti preferisce rinunciare al piatto in tavola piuttosto che all’abbronzatura on stage o alla ceretta). Norma Pecche è un’anziana galeotta, forse la miglior cliente di Bruna, che prima di lasciare questo mondo gli rivela ( solo a lei? Chissà…) un segreto capace di cambiarle la vita. La sedia del titolo è oggettivamente brutta, rossa, con una testa di elefante a fare da schienale e una seduta sofficemente zebrata. E’ kitsch e sopra le righe come la maggior parte dei personaggi che si susseguono lungo la ricerca della felicità di Bruna e Dino cui si richiama il titolo del film. Carlo Mazzacurati ci porta a casa sua, in Veneto, luogo fisico e sociale molto gettonato dal nostro cinema in questi ultimi anni, ma lo fa scegliendo perlopiù protagonisti stranieri, quasi a voler sottolineare la deriva multiculturale che sta sgretolando la tanto strombazzata identità padanoveneta. Il tono del film è leggero ma non troppo,  interessante il contrasto tra la caratterizzazione molto marcata dei personaggi di corredo su cui il film poggia molto e il retrogusto amaro di una normalità perdente che si barcamena tra la sfiducia e la solitudine. La scelta stilistica sembra avere un imprinting quasi Coheniano a cui però manca un ritmo appropriato alla dinamicità dell’azione narrativa, una sceneggiatura adeguata e dei dialoghi un pò più pregni, molto è lasciato alla libera azione degli attori ( bravi tutti, da Mastandrea alla Ragonese fino ai tanti che c’hanno messo la faccia anche per pochi ma interessanti scene) e il  finale sembra un pò sgarrupato. Mi aspettavo di più…..

lasediadellafelicità

Ti ricordi di me?

Passeggio lungo Via Chiabrera, sono le sei del pomeriggio e il sole è una costante fin dalle prime ore del mattino.  Noto con piacere che la primavera fa bene agli sguardi della gente, sembrano rinvigoriti, rifocillati da quest’aria frizzante che asciuga tutto l’umido che l’inverno ha posato sui loro pensieri rendendoli pesanti da sopportare e scomodi da indossare.  E’ come se da Aprile in poi ognuno di noi ritrovasse il coraggio di esporre al sole  il proprio umore per riasciugarlo, per fargli prendere aria come si fa con i panni stesi al vento dopo essere stati strizzati per troppo tempo in lavatrice.

Il Madison è a due passi e ancora non ho scelto il film da guardare, ho voglia di qualcosa che non m’impegni tanto, un film  leggero ma non banale, un pò come quando ti viene voglia di gelato ma non vuoi bruciartela con il ghiacciolo del supermercato. C’è Russel Crowe sotto la pioggia che mi fissa accigliato ma con questo sole che mi allieta non lo trovo affatto convincente, Charlotte Gainsbourg mi regala una smorfia di piacere ma non è il mio tipo, allora scorgo in basso una locandina con due tizi seduti di schiena e una strillo che annuncia Una storia d’amore (quasi) indimenticabile, mi convinco ed entro. La sala è vuota, mancano pochi minuti e con precisione quasi millimetrica scelgo il posto più centrale che esista. I trailer dei film che verranno filano via senza intoppi, appena si abbassano le luci in sala il sogno di godermi il film in completa solitudine viene frantumato da una gruppetto di attempate signore che di gran lena mi circondano costringendomi alla resa, mi offrono una caramella al mou ( credevo fossero controindicate per coloro che hanno superato la sessantina ma evidentemente i collanti per dentiere hanno fatto passi da gigante) per riparare il torto e inzia il film…..

Scopro così che quei due seduti sulla panchina immortalata nella locandina sono Beatrice e Roberto, lui è cleptomane, lei narcolettica,  la storia è vivace e a tratti divertente. Faccio comunella con le signore e ridiamo all’unisono delle battute che si susseguono in buon numero soprattutto nella prima parte del film.  Oltre ad essere un apprezzato attore,  Rolando Ravello si conferma un regista interessante, capace di liberarsi dall’eccessivo didascalismo presente nel suo precedente Tutti contro tutti ( interessante ma dal timbro esageratamente fictionistico) per costruire una commedia romantica dove l’amore non diventa una conseguenza banale ma un’appartenenza un pò più solida e concreta. Per Edoardo Leo e Ambra Angiolini interpretare Bea e Roby è stato semplice come battere un calcio di rigore senza portiere visto che sono anni che portano in giro la pièce teatrale a cui il film s’ispira. All’uscita le signore mi salutano, sembrano divertite anche se non riesco a capire se il merito è tutto del film o della loro serenità dopata dall’aria primaverile. Ci diamo appuntamento per il prossimo Giovedì, porterò io le caramelle…..

tiricordidime