.1 La provincia

Vengo dalla provincia, non importa quale, non importa dove, la provincia è uguale dovunque, struscio e certezze assolute sulle quali costruire un’esistenza stretta come un balcone da cui affacciarsi sul mondo e sputarci sopra sentenze tenendo i piedi al caldo nelle comode babbucce di lana regalate da mammà per l’onomastico. La provincia è il buco del culo che si traveste da cuore pulsante ma poi lo smascheri per il fetore che emana. Quando sono arrivato a Roma dalla mia provincia ho capito che sapevo poco, quasi nulla, e quel poco che sapevo lo esponevo per fare bella figura come si fa con un paio di scarpe o con un maglione firmato, non frega un cazzo a nessuno se l’hai comprato in boutique o sul marciapiede, la cosa importante è che lo mostri per darti un’identità, perchè in provincia l’identità si indossa e si sveste con la stessa rapidità con cui si cambia pensiero sul tipo di paste da comprare a pranzo la Domenica. La provincia ti rende superbo, presuntuoso, se hai partecipato allo spettacolo teatrale organizzato dalla parrocchia e qualcuno oltre ai tuoi genitori ti ha applaudito, sei convinto che il palco sia la tua casa e non dovrai nemmeno pagare l’affitto per abitarla, te la monteranno sotto i piedi solo per il gusto di vederti recitare. Prendi il treno e aspetti che la capitale ti accolga a braccia aperte ma quando scendi dalla tua carrozza  non c’è nessuno ad aspettarti e l’unico che ti viene incontro non è un impresario teatrale ma un rumeno ubriaco pronto ad affondarti in gola un coltello pur di recuperare 5 euro per un gratta e vinci. Stavo tutto sudato quando sono sceso dal treno, era Novembre, faceva lo stesso caldo di Luglio. Pioveva. Proprio non lo reggo il caldo con la pioggia, è come se il sudore non si accontentasse di metterti perennemente in imbarazzo e iniziasse ad alzare il tiro proponendo a queste cazzo di gocce d’acqua una fattiva collaborazione per prenderti seriamente per il culo. In una mano avevo l’ombrello e nell’altra la maniglia del trolley color amaranto, percorsi il binario 12 bestemmiando forte contro la mia voglia di libertà, colpevole di avermi convinto ad abbandonare il ventre grasso del mio piccolo mondo antico per il regno del caffè al vetro.

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