Attenzione alla trilogia di Kent Haruf, può creare dipendenza

Ciao, sono Antonio, amo leggere e sono 3 giorni, 8 ore e 14 minuti che non apro un libro di Kent Haruf.

Lo so, è così difficile lasciare Holt, mettersi alle spalle i sermoni rivoluzionari di Lyle, le serate impacciate ma cariche di umanità trascorse in compagnia dei fratelli McPheron e di Victoria Roubideaux, è dura non poter continuare ad alimentare la naturale empatia con Tom Guthrie e Maggie e l’efferata antipatia nei confronti di Hoyt Raines.

Ma non potevo continuare così, ho bisogno di mettere da parte le aste per il bestiame e i negozi di ferramenta, devo allontanarmi dalle strade polverose che costeggiano enormi campi di grano e dalle ragazzine che trascorrono intere serate a pedalare tra un lampione all’altro, devo rivolgere lo sguardo altrove, vivere nuove esperienze letterarie. Sono certo che anche il buon Kent, se fosse ancora vivo, la penserebbe come me, altrimenti, invece di una trilogia, ad Holt avrebbe costruito una comune invitando tutti i melanconici a passarci almeno qualche giorno. Io ci sarei andato, ci potete scommettere, avrei preso una birra al Triple M, mi sarei fatto un bel giro lungo la Third Street per poi tornarmene a casa affranto ma felice, con il suo ultimo romanzo intitolato Dipendenza tra le mani.

Dopotutto, domani è un altro giorno…

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Uomini e Topi, brusii compresi

Mi piacciono le librerie raccolte, minute, quelle dove i libri non ti adescano con  copertine luccicanti e offerte irrinunciabili ma restano discreti e pazienti, consapevoli del loro talento, in attesa che la curiosità ti porti dritto tra le loro pagine. Adoro le librerie immerse nel brusio, quelle dove chi legge mette in circolo le emozioni scaturite dall’incontro con un libro senza aver timore di ostentare il piacere che ne è scaturito. Condividere è importante, vale anche per i libri. La lettura di Uomini e topi è nata proprio così, da un brusio, ascoltando casualmente una conversazione tra gli scaffali, parlavano di John Steinbeck e di come non si potesse prescindere da lui riguardo tutto ciò che è letteratura americana. E’ stata una tentazione troppo forte per la mia voglia di ampliare gli orizzonti letterari e ho deciso di leggere qualcosa di suo. E’ un periodo in cui l’America è al centro delle mie letture, la trilogia di Haruf, i racconti di D’J Pancake, credo sia nato tutto con l’avvento di Trump, con la necessità di comprendere meglio gli Stati Uniti che nessuno racconta, quelli considerati “periferici” dai media ma che hanno dimostrato di essere ancora una volta prevalenti, quelli dove la gente vive di campi e raccolti, di vacche e vitelli, di rocce da spaccare, lavori saltuari e depressione, un’umanità talmente poco rappresentata da essere dimenticata. E’ stata più la letteratura di genere a dargli spazio, penso a Joe R. Lansdale, oppure al cinema gore del primo Tobe Hooper. La forza di Uomini e Topi è nella sua assoluta semplicità. George, Lanny, Slim, Curley e sua moglie, Carlson rappresentano un’umanità facile da codificare per coloro a cui era destinato il libro, i braccianti californiani, e il loro interagire tocca le corde giuste per emozionarli e lasciare il segno. Allo stesso modo questa semplicità riesce a trasmettere a noi il senso di spaesamento e di fatalismo che avvolgeva quell’America durante la depressione, il sogno come unico rifugio di fronte ad una realtà dura come lo zoccolo di un cavallo da soma. Ottima la traduzione di Michele Mari.

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L’estate del cane bambino

Brondolo non è il nome di uno dei sette nani ma quello di una località a due passi da Chioggia dove vado almeno un paio di volte all’anno per questioni di lavoro. Leggere di un libro ambientato li ha attratto la mia curiosità che è stata premiata da una storia interessante e ben scritta che oscilla tra il chiarore del romanzo di formazione e il buio della violenza domestica. Bella scoperta.

PS. Se qualcuno ha notizie di un nuovo lavoro della coppia Pistacchio&Toffanello mi avverta, per favore!

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La Paranza dei Bambini

Apprezzo molto Roberto Saviano, con Gomorra è stato capace di raccontare il sistema criminale organizzato, spogliandolo di quell’aura epica con cui il cinema e la letteratura l’avevano rappresentato per anni, un lavoro di cesello in cui cronaca e romanzo si univano per raccontare il nostro tempo. La paranza dei bambini è diverso, meno potente e più banale, più superficiale e meno concreto, meno partecipato e più “sulla fiducia”. Il racconto di questi ragazzi di vita che non delinquono per diritto ereditario ma piuttosto per emulazione del potere, unica religione globale capace di rappresentare degnamente il nostro tempo, manca del piglio creativo degno del grande scrittore e sembra non essere sostenuto dalla puntuale ricerca dei fatti reali, così come avveniva in Gomorra. E’ difficile, quasi impossibile, parlare di ciò che succede a Forcella e alla Sanità, se non respiri quell’aria il tempo utile a fartene un’idea attuale. Non basta leggerne, non basta che qualcuno te li descriva, quei luoghi sono liquidi, dinamici e se vuoi fotografarli in maniera coerente devi stare lì il tempo necessario a trovare la giusta inquadratura. La paranza dei bambini è un libro scritto in esilio, che racconta ma non approfondisce, che non affonda la penna nella carne perché quella carne ormai non gli appartiene più. Magari se hai il talento di Don Wislow riesci a raccontare la realtà non rinunciando ad emozionare e ad inventare, come capita allo scrittore statunitense nel suo splendido Il cartello, ma Roberto Saviano non ha ancora raggiunto quella maturità narrativa e sembra non avere più la libertà di mimetizzarsi in un territorio per studiarlo a fondo e poi raccontarlo in maniera credibile e non banale. I margini di crescita sono enormi, così come il peso del suo esordio. Gli auguro tutto il bene possibile perché  di Roberto Saviano ho grande stima.

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Voglio guardare

Il nero ci circonda, non ha età né giustificazioni, ha solo fame…

Naviga in un continuo presente questo romanzo di De Silva, il racconto è asciutto, senza fronzoli, avanza per frasi brevi, è coinciso come solo chi sa davvero scrivere riesce a fare. Non sappiamo nulla dell’Avvocato Heller, non conosciamo la sua storia personale, lo incrociamo in tribunale e ci sta simpatico mentre azzanna con la sua sfacciata qualità orale il tronfio magistrato di turno, ci sembra uno di cui fidarci ma spesso le sensazioni sono solo dei miraggi. Celeste è buia come un pomeriggio finlandese a Dicembre, è preda e predatore, un contenitore il cui contenuto è celato così in profondità da sembrare ormai perso o inesistente. Siamo lontani dalle atmosfere ironicosentimentali a cui De Silva ci ha abituati con i suoi successivi libri, i fasti dell’avvocato Malinconico sono temporalmente lontani e forse al buon Diego non farebbe male indossare di nuovo il nero che in queste pagine lo rende originale, disturbante e godibile allo stesso tempo.

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PS. Mentre mi lasciavo trascinare dalla storia di Davide Heller e Celeste mi è salita una gran voglia di riascoltare questo pezzo degli Afterhours, talvolta le associazioni mentali sono potenti detonatori emozionali!

La sostanza del male

E lo so, scegliere un libro dal titolo è come affidare le chiavi di casa ai testimoni di Geova che hanno appena bussato alla porta. L’ho fatto e non me ne pento, sia chiaro, la vita è un susseguirsi di esperienze di cui almeno la metà sono cazzate! Ero troppo intrigato da questo titolo che associa la sostanza al male.

Viviamo un’epoca in cui il male è stato eletto a primaria forma di comunicazione sociale, ci siamo impegnati a diffonderlo capillarmente sperando che fosse questo il modo giusto per esorcizzarlo ma così non è stato, abbiamo dimenticato che il male è soprattutto sostanza e per liberarci di lui, ammesso che sia possibile, bisogna puntare dritto al cuore della sua essenza.

Tralasciando queste goffe considerazioni sociologiche post ferragostane, La sostanza del male è un thriller ben scritto, che non brilla per originalità ma poggia su un impianto narrativo ben congegnato e sceneggiato in maniera sapiente dall’esordiente Luca D’Andrea. Protagonista principale è la montagna, quella antica e diffidente dell’Alto Adige, capace di celare tra le sue gole e suoi precipizi una storia di odio e morte che non può non richiamare alla mente alcuni plot vincenti della letteratura di genere degli ultimi tempi, soprattutto quella scandinava. Se vi occorre un libro da leggere spaparanzati su una sdraio a pochi metri dal mare, La sostanza del male fa sicuramente per voi. Le 400 e passa pagine vi permetteranno di refrigerarvi, visto che in esse troverete tempeste di neve e freddo a volontà ma anche di divertirvi grazie ad una trama ben tornita e ad una folta schiera di personaggi classici ma ben amalgamati. Se invece avete terminato le vacanze e vi è venuta voglia di leggere qualcosa di più originale e coinciso, guardate altrove. L’importante è saper scegliere, aldilà dei titoli

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Pensiero poetico per Maurizio de Giovanni

Caro Maurizio de Giovanni, hai talento, questo è innegabile, il tuo Commissario Ricciardi ha scassato e anche questo è un dato di fatto. Però non ti pare che ora stai esagerando? I tuoi ultimi libri sembrano le gemelle Kessler tanto che si assomigliano. Va bene che per molti ciò è rassicurante, va bene che mò stai preso dalla trasposizione TV dei tuoi romanzi ed evidentemente non hai tanto tempo per scrivere cose nuove, però potevi evitare di farci spendere soldi per i tuoi ultimi libri dove tre quarti delle pagine (e sono stato buono) contengono la stessa storia, magari ci premiavi pubblicandone uno solo come base e ogni 20 giorni ci facevi pervenire un breve fascicoletto con la storiella gialla, avremmo risparmiato tempo e soldi. Pensaci, potrebbe essere un’idea interessante e onesta per le prossime pubblicazioni, magari finchè non ti vengono nuove e originali idee da trasformare in libri. Uè, non ti offendere per queste mie parole sgrammaticate che non leggerai mai, ma mi son venute dirette dal cuore e dal protafoglio e mi sembrava giusto condividerle! Salutami a Lojacono e a Il Metodo del Coccodrillo, bei tempi quelli!