Un attimo prima

Il futuro prossimo narrato in Un attimo prima è ipocrita e deprimente come una merendina ipocalorica.

Niente soldi, non è più necessario lavorare, la proprietà non interessa a nessuno, il sistema, come lo conosciamo oggi, è crollato lasciando campo libero ad una sorta di antagonismo corrotto, spalleggiato da droni e guardie meccaniche pronte a ristabilire l’ordine come se fossimo in Venezuela.

Milano è deserta, spettrale, statica. Privata dell’energia cinetica della moneta, sembra trasformata in una Latina qualunque. Campi di precittadini la lambiscono senza nessuna speranza di possederla. New York è sbiadita, ingrassata, come se il ghetto l’avesse concupita, annettendosela senza colpo ferire.

La crescita si è trasformata in inerzia assistita.

In questo contesto, il passato è un rimpianto di cui Edo Faschi non riesce a liberarsi. La scomparsa di suo fratello Alessio è un fardello troppo pesante da sopportare per cui vale la pena provare a elaborare la sua assenza tornando indietro, in un modo o nell’altro.

Quello di Fabio Deotto, prima di essere un romanzo distopico, è una storia di mancanze capaci di segnare un’esistenza intera, di speranze tradite da un’epoca che confonde il benessere con il profitto, la qualità della vita con il prodotto interno lordo, la morale con l’opulenza.

Avevo letto con grande curiosità il suo esordio letterario, Condominio R39 , rimanendo piacevolmente sorpreso dalla capacità di raccontare il nostro tempo attraverso vite rinchiuse in una palazzina alla periferia di Milano.

In Un attimo prima la prospettiva si allarga, generando una storia ampia, densa e coraggiosa che merita l’attenzione di tutti coloro che credono ancora che la scrittura e la lettura siano la più importante arma di consapevolezza di massa.

 

un attimo prima

Annunci

I nottambuli e Simenon

Ho un debole per Simenon, per i suoi personaggi ingobbiti dal peso di vite instabili, descritti in modo mirabile grazie ad un sagace connubio tra narrazione e ambientazione. In Tre Camere a Manhattan, la descrizione prevale sul dialogo, restituendoci con straordinaria forza il senso di disagio attorno al quale nasce e si aggrappa la storia tra François Combe e Kay Miller. E’ New York la vera protagonista del romanzo, le sue strade buie, i bar aperti in piena notte, la solitudine che incatena le vite rendendole inutili.

François e Kay, seduti al banco di un bar, come ne I nottambuli di Edward Hopper, rappresentano un affresco letterario potente, un manifesto sentimentale privo di inutili orpelli ma essenziale e concreto nelle sue sfaccettature di una lacerante umanità.

http://www.anobii.com/cartesiante/profile

hopper

Hotel Silence

Il Vesuvio con il cappello bianco non si può vedere, mi affaccio alla finestra di casa e non lo riconosco, sembra fuori luogo come un tarallo con una spolverata di zucchero a velo sopra.

Come sarà vivere in un posto dove la neve non da scampo a nessun colore? Sarà lancinante, una sorta di noia monocroma che acceca qualunque velleità emozionale, appiattendo le intenzioni sotto il peso di una calda coperta di pile.

Mentre esco di casa penso all’Islanda, al magma fuso che esce impetuoso dalle sue viscere per spegnersi nel silenzio dell’aria gelida che arriva dal polo e mi sento improvvisamente incuriosito da questa strana isola, infilo i guanti e vado in libreria.

Così è nato l’incontro con Auður Ava Ólafsdóttir e il suo splendido Hotel Silence, eletto miglior libro del 2016 dai librai islandesi.

Me li immagino così i librai islandesi, riuniti in una di quelle tipiche case di torba dai tetti erbosi che sembrano spuntare direttamente dal terreno, mentre parlano di libri tra un cicchetto di Brennivin e del pesce secco con o senza burro.

Io sono astemio, abito all’ultimo piano e preferisco il polipo alla luciana al pesce secco ma la penso come loro, Hotel Silence è essenziale e poetico, semplice ma robusto nel suo procedere in maniera discreta ma incisiva lungo la vita di Jónas, accompagnandolo nel suo percorso di inconsapevole riconciliazione con la vita attraverso luoghi apparentemente troppo diversi per essere racchiusi in uno stesso romanzo. Oggi fa freddo, il vento taglia il volto come se fossimo tra i monti del Landmannalauga e io sto imparando che la monocromia non esiste, basta alzare lo sguardo e camminare come se non ci fosse un domani.

http://www.anobii.com/cartesiante/profile

_hotel-silence-1512477884

L’Analista

Ogni tanto ho bisogno di perdermi dietro uno di quei librettoni made in USA dove c’è qualcuno, di solito un tipo tranquillo e pacato, che viene preso di mira da uno psicopatico e ingaggia con lui una lotta serrata fatta di azioni, trabocchetti, strategie e chilometri percorsi in giro per almeno due o tre stati.

Questo genere ha fatto la fortuna di tanti autori prolifici tra gli anni 80 e l’inizio del nuovo millennio. Poi il mondo è cambiato e con lui anche i gusti di tanti lettori, sopraffatti dalla pandemia del terrore globale che ha reso “banale” questo genere di storie.

L’Analista l’ho trovato a Firenze, su uno scaffale di un ufficio che lo proponeva in bookcrossing. Era lì, in attesa che qualcuno andasse oltre le sue generose dimensioni e si lasciasse ammaliare dal fascino vintage della sua copertina dai colori appannati. Ci siamo piaciuti subito, nemmeno il tempo di abituare le braccia alla notevole consistenza delle sue fattezze ed è scattata la scintilla.

E’ stato davvero divertente scorazzare tra le sue 500 pagine ben strutturate grazie ad una meccanica degli incastri narrativi davvero impeccabile. Non voglio dirvi nulla della trama, non occorre, non ne avete bisogno, è tutto lì nei primi tre righi di questa stramba recensione.

La cosa migliore che un libro del genere può lasciarti è la sensazione di aver speso bene il tempo che gli hai dedicato, nonostante sapessi fin dall’inizio dove volesse andare a parare.

www.mondadoristore.it

La donna nella pioggia

L’autunno qui a Napoli è impalpabile, entra e quasi mai lascia il segno, come quegli attaccanti di scorta a cui ci si affida nel momento del bisogno ma che non vanno mai aldilà di qualche sterile tiro tra le braccia del portiere avversario.

Ho bisogno dell’autunno, è il mio capodanno, allora l’ho cercato in un titolo tra gli scaffali di una libreria. La donna nella pioggia mi è sembrato perfetto, così come la sua copertina con quella finestra socchiusa che lascia ad una farfalla la libertà di scegliere se rimanere a guardare oppure provare davvero a vivere.

Stella, la protagonista del romanzo, ha bisogno di sapere per poter davvero essere, troppe sono le domande a cui non è in grado rispondere, chi è il suo vero padre, che fine ha fatto sua madre. Lei non lo sa, il vuoto ha riempito i suoi ricordi e nessuno sembra disposto ad aiutarla. Tutti questi interrogativi si trasformano in una vera e propria malattia e, si sa, quando ti ammali o ti lasci avvolgere dalla sconfitta oppure ti ribelli e combatti. E Stella inizia a lottare, con suo marito Mattia, con la sua amica Rossana e con chiunque sembra volersi frapporre tra lei e la verità.  Lo scontro non ammette mediazioni, Stella capisce che la sua vita è una finzione e allora decide di agire.

E’ brava  Marina Visentin a descrivere, attraverso le ansie di Stella, una condizione di vita in bilico tra vincoli e desideri, tra relazioni formali e amare scoperte, tra la necessità di dovere essere e l’impossibilità di poter essere che appartiene ad una parte dell’universo femminile.  La narrazione è sciolta, mai pesante grazie ad un uso sapiente dei tempi e del ritmo che sono quelli del thriller ma che, in questo caso, sono messi al servizio di una storia che non si comprime nella ricerca affannosa del colpevole di turno ma che spazia in maniera ampia e solida tra introspezione personale e vicende che fanno parte della nostra storia nazionale.

Il mio autunno è iniziato bene grazie a questo libro, provate anche voi…

 

VISENTIN_BLOG_f6373eacf56d86bc2e66f1bfcd21018d

Tutto ciò che ti appartiene

Cosa ci appartiene? Le nostre esperienze, anche quelle che acquistiamo per una manciata di banconote, senza dubbio alcuno. Vale per me, per il giovane insegnante d’inglese trapiantato in Bulgaria, per Mitko, per tutti. La Bulgaria la immagino triste, mi ricorda l’autunno, il tardo pomeriggio, vento e foglie a scomporre il paesaggio che scorre desolato verso il buio della sera. Il bus scorre verso Mladost e Plovdiv, c’è poco da guardare, allora viene semplice riflettere, cercare di capire se il desiderio sia una cura per la mancanza oppure solo un modo per esorcizzare la propria angoscia. Gran bel libro, leggetelo se potete….

tutto_ciò_che_ci_appartiene

Ritrovare la memoria grazie ad un libro, La lentezza della Luce

Spesso i libri sono degli ottimi vettori spazio-temporali, questo di Michele Dalai mi ha riportato indietro di circa trent’anni, ero sulla banchina del porto e provavo a darmi un tono da sportivo praticante cercando d’infilarmi in una di quelle strettissime imbarcazioni utilizzate dai canottieri per solcare l’acqua alla ricerca di un traguardo da raggiungere.

Alto e grosso, a dieci anni sembravo un quindicenne risparmiato dai foruncoli, ero l’unico che giocava a calcio indossando la maglietta di papà perché era la sola che mi andava “a soddisfazione”, non la scorderò mai, era azzurro sera con il colletto bianco, talmente pesante e rigida da sembrare uno scafandro. Indossandola, la mia velocità di crociera in mezzo al campo era quella di un cartonato pubblicitario.

L’allenatore aveva ripetuto come un mantra la procedura da seguire per salire a bordo del singolo senza fare danni: “Totò, concentrati e cerca di essere coordinato, prima il culo sul carrello, afferra i remi e poi entra con le gambe, fai attenzione a non inclinarti troppo altrimenti fai ‘na figur ‘ merd”. E’ così accadde, l’acqua verdacea del porto mi accolse sardonica restituendomi al resto della truppa inzuppato fradicio e senza alcuna dignità da difendere.

Quel mattino terminò la mia esperienza da canottiere e capii che per lo sport sarei stato poco meno di una comparsa ma che lo sport sarebbe stato per me un amico prezioso, la cosa importante è sceglierseli bene gli amici e non pretendere mai troppo da loro.

Ha proprio ragione Michele Dalai, ci vuol talento anche nel non avere talento, nel conoscere i propri limiti per riconoscersi e fare pace con il proprio modo di essere.

La lentezza della luce è scritto bene, non è paraculo ma sa di un buono che oggi pare essere (purtroppo) fuori moda. In un mondo dove la dedizione e il sacrificio sembrano avere senso solo se si vince, raccontare dell’Aurora Desio o di Zola Budd è un atto di coraggio e io amo i coraggiosi!

lalentezzadellaluce