DIEGO, Supereroe in mutande

A vent’anni il mio supereroe preferito non rientrava affatto nei canoni iconici della Marvel, era basso, tarchiato, cafone, drogato e chiavettiere, invece del mantello indossava una maglietta azzurra con un bel 10 sulle spalle e il nome di una marca di spaghetti sulla pancia prominente.  Il suo nome era semplice e chiaro, Diego, il supereroe più proletario che sia mai esistito. Ad Hancock gli faceva un baffo, una volta lo trovarono a farsi foto in una vasca a forma di vongola in compagnia di un boss. È un pò come trovare a Batman da Nennella ai quartieri spagnoli che si intofa di pasta e patate assieme a Joker. Io stravedevo per Diego e come me persero la testa per lui milioni di napoletani. Qualcuno ti chiamava terrone sfigato e non sapevi come difenderti? Bastava invocare il suo nome e lui compariva in tutta la sua semialtezza e ti levava gli schiaffi da faccia. Un vero supereroe. Ieri ho intravisto in TV uno che si spacciava per lui ritirare una pergamena sulle scale dell’androne del comune di Napoli. Aveva una capa a forma di mozzarella di bufala e un completo nero simil Diabolik. Quello sta a Diego come Clark Kent sta a Superman, voi ce lo vedete il sindaco di Metropolis invitare il mite giornalista per nominarlo cittadino onorario? Io no e tifo ancora per Diego, quello vero, il più grande supereroe mai esistito che è ancora parte integrante dei miei sogni da cinquantenne…

Hillary o Donald? Bah…..

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Uè, ma tu tifi per Hillary o per Trump?

Chi io?

Si, tu

E che c’azzecco io con le  elezioni presidenziali negli USA?

Ma come, viviamo l’epoca della globalizzazione, tutti possono parlare di tutto ed esprimere un parere su tutto

Si?

Si, è la modernità, non puoi tirarti indietro.

No?

No, assolutamente.

Vabbè, ti dirò, a me i biondi non mi hanno mai convinto, farò il tifo per chi tra i due si fa una bella tintura

No

Cosa no?

Non se la fanno la tintura

E che ne sai?

So tutto, è la modernità

Quanto la schifo questa modernità

Dialogo semiserio tra me e Siri, ha cominciato lui, ci tenevo a dirlo, io nemmeno lo conoscevo.

Riflessioni amare

Girando per Castellammare, per le sue periferie, per i suoi boschi, avverto uno strano sentimento d’inquietudine, è come se in questi ultimi 20 anni la città si fosse ritirata, ridotta, rimpicciolita, abbandonando a sé stessi interi pezzi di territorio, rifugiandosi in un piccolo cantuccio sempre più ristretto, ultimo baluardo da difendere e controllare dalla barbarie e dal degrado che la divora. Come un grande appartamento di famiglia che non abbiamo più voglia di vivere. Lasciamo che invecchi, che cada a pezzi, che divenga tana di scarafaggi e topi che non abbiamo più la forza fisica nè morale di contrastare. Ogni anno abbandoniamo un pezzo della nostra casa comune al suo amaro destino. Ora ci siamo costretti a vivere al buio nello sgabuzzino, tra queste piccole 4 mura scrostate dall’umidità e lì ripensiamo alla bellezza che avevamo alle spalle e che non abbiamo saputo difendere. Ma la cosa sembra non toccarci più di tanto, con le braccia ci ripuliamo il viso e usciamo, andiamo a giocarci la nostra bolletta o il nostro gratta e vinci quotidiano come se nulla fosse…

La mia prima volta all’Aurelio Stadium, distopie da tifoso partenopeo

Finalmente ci siamo, Aurelio è quello che è, l’aveva detto, datemi un pezzo di terra e vi costruirò una bomboniera da ventimila posti dove poter guardare la partita in grazia del Signore, altro che quel cesso del San Paolo!

E’ stato di parola il Presidente, appena Don Mario Ciotola gli ha regalato 20 ettari di terreno tra Licola e Varcaturo non ci ha pensato su, ha ingaggiato il primo ArchiStar che teneva sull’agendina, si è fatto prestare un po’ di soldi da un gruppo cinese con sede operativa a Sant’Egidio Montalbino e si è fatto costruire l’Aurelio Stadium.

Visto da fuori fa un po’ soggezione, un enorme nastro luminoso incarta l’intero campo proiettando per tutta la provincia di Napoli e Caserta le testuali parole “ Prima di me solo ricordi e macerie, con me speranza e solidità”. Mentre mi lascio ipnotizzare dall’enorme scritta una signorina vestita di azzurro mi piazza in mano una brochure e mi chiede verso quale settore mi sto dirigendo, gli dico che ho vinto l’asta per un biglietto di Curva Pierpaolo Marino e allora lei mi arronza invitandomi a liberare il passaggio.

Aurelio è un uomo di una modernità incredibile, ha eliminato la vendita diretta del biglietto d’ingresso allo stadio, sostituendola con il metodo dell’asta. Per ogni settore c’è un prezzo di partenza prefissato, quelli che vogliono accaparrarsi il titolo d’ingresso devono offrire più degli altri e sperare che i rilanci si attenuino fino a sparire. Tutto viene trasmesso h24 dalla radio ufficiale del Napoli e i primi 30 vincitori  possono intervenire in diretta e fare due chiacchiere con Carlo Verdone o Christian De Sica.

Entro nel mio settore e mi accorgo che è piccolissimo, più che una curva sembra un recinto, a terra la pavimentazione è quella del San Paolo, travertino stagionato e gomme da masticare, la copertura non c’è, all’ingresso puoi acquistare un K-Way azzurro mimetico autografato da Rafael e per 15 euro ti ripari dall’acqua. Il terreno di gioco è lontano circa sessanta metri mentre le enormi vetrate che racchiudono le tribune cadono a picco sulla linea laterale. Mancano 10 minuti all’inizio della partita e non si sente volare una mosca, l’unico suono che percepiamo è quello degli aerei che iniziano la discesa verso Capodichino. Alle 20 e 40 parte il collegamento con la pay-tv e lo stadio s’illumina a giorno grazie ai fuochi d’artificio che precedono l’uscita dei calciatori, quelli del Napoli indossano un volantino su sfondo azzurro mentre salutano gli spettatori delle tribune vetrate, il portiere s’avvia verso la porta e ci guarda senza salutarci, forse non c’ha nemmeno visto tanto siamo distanti o, forse, il suo contratto non lo prevede.

Vinciamo noi 4 a 3, almeno credo, visto che i tabelloni elettronici presenti sono rivolti esclusivamente verso le tribune e noi della curva dobbiamo fidarci solo della memoria. A confermare la vittoria però ci pensa l’abbraccio in campo di quelli che indossano il volantino e allora iniziamo a cantare Oj vita oj vita mia ma non ci caca nessuno, sono già tutti sotto la Tribuna Dino De Laurentis a mostrare alle telecamere lo striscione con il titolo del prossimo film di famiglia “C’era una volta il calcio”.

Le prime Olimpiadi del Sud

E’ il 18 Luglio del 2024, mancano pochi minuti alle 20 e 30 e il Vesuvio è un luccichio di strass multicolori pronte ad essere manovrate da migliaia di figuranti sparsi lungo tutto il cono in attesa che l’evento si compia.

Nessuno c’avrebbe scommesso un euro, la trentatreesima Olimpiade dell’era moderna si svolgerà in Italia, non a Roma come da programma, ma da Napoli in giù, sarà la prima Olimpiade del Meridione, l’occasione giusta per rilanciare una parte del paese il cui PIL, nel 2016,  era così scarno da assomigliare ad un necrologio più che ad un numero reale.

Tutto nacque per caso, come capita per le cose migliori. Il primo cittadino di Roma, la Sindachessa, decise che la Capitale aveva ben altre priorità e barattò le Olimpiadi con una megaderattizzazione dell’Urbe. Ma le Olimpiadi erano state già assegnate all’Italia e indietro non si poteva tornare.

Furono giorni di grande concitazione.

Salvini propose di svolgere le Olimpiadi a Mapello, giurò sulla camicia a scacchi di Umberto Bossi che i bergamaschi avrebbero edificato tutte le strutture necessarie in tempo record e che avrebbe dato una mano al paese anche con la questione immigrati, destinando la maggior parte di essi al ruolo di manovalanza edile, importando, per primo in Europa, il modello lavorativo utilizzato dagli Egizi per la costruzione delle piramidi di Giza.

La sinistra si schierò decisa e coesa contro questa ipotesi proponendo una commissione di studio che, entro un lustro, avrebbe presentato un progetto preliminare che sarebbe poi stato discusso in un’assemblea plenaria e votato dagli iscritti e simpatizzanti entro e non oltre il 2030.

Il tempo stringeva senza che ci fosse un accordo concreto.

Poi ci fu l’evento.

Il 28 Maggio del 2017 il Napoli si laureò Campione d’Italia dopo un testa a testa infinito con la Juve, grazie ad un rigore sbagliato dal Pipita Higuain durante il recupero dell’ultima gara di campionato che evitò lo spareggio finale.

Napoli si trasformò in Rio e il Premier di allora, Renzie, ebbe l’idea.

La questione meridionale poteva essere risolta attraverso lo sport, organizzare le Olimpiadi al Sud, rendere uno dei luoghi più affascinanti dell’intero pianeta la scenografia ideale per un evento tanto importante. Ciò avrebbe permesso di avviare un processo economico senza pari per quest’area del paese, turisti a bizzeffe, bellezza che torna a fare rima con ricchezza.

Non fu facile per Renzie spuntarla, il centrodestra compatto era per Mapello, addirittura riuscirono a spostare la data dell’annuale Sagra del Polastrel per evitare scoccianti concomitanze,  i cinquestelle organizzarono le Olimpiarie a cui parteciparono 13 iscritti che proposero di svolgere le Olimpiadi ognuno a casa propria per evitare inutili sprechi. La sinistra era a Capalbio a fare i bagni e decise di occuparsi dell’argomento dopo l’estate.

L’idea passo e divenne concreta.

Ci fu un fermento unico in tutto il paese, i meridionali che da anni erano al Nord la smisero di utilizzare la cadenza locale per mimetizzarsi, il set di Gomorra fu spostato a Lambrate mentre Sky e Mediaset aprirono sedi operative in quasi tutte le regioni del Sud. In TV e sui giornali il Meridione non fu più descritto come il luogo degli ultimi ma il posto del futuro. In sette anni l’Alta velocità collegò Napoli a Bari e Reggio Calabria, Catania a Palermo, il Sarno divenne un parco fluviale e l’ILVA di Taranto il più grande museo dell’acciaio che esista al mondo. Fabrizio Rondolino fu chiamato a Trapani per commentare le gare di surf e un intero popolo si sentì centro nevralgico del proprio paese.

E’ il 18 Luglio del 2024, sono le 20 e 30, la fiamma olimpica arriva sul cratere, l’ultimo tedoforo si affaccia verso il golfo, lancia la torcia e il Vesuvio prende fuoco, sono fiamme di gioia e di buon augurio.

Da oggi in poi niente sarà più come prima.

Buon compleanno Napoli

Da piccolo volevo essere Sergio Clerici, el gringo. Indossava la maglia azzurra con un’eleganza che metteva quasi soggezione. Quando ne parlai con mio nonno lui mi guardò e disse...”aspetta a scegliere chi vuoi essere, sì piccirill, pigliati tutto il tempo che vuoi per decidere”. Poi arrivò Luciano Castellini e decisi che non avrebbe avuto senso continuare a vivere senza ruciuliarmi a terra, immaginando di salvare la mia squadra del cuore con parate decisive. Tenevo talmente tanti lividi che i miei fianchi sembravano teste di leopardo. La mia prima bottiglia di vetro la ruppi quando l’arbitro Matthewson annullò un gol regolarissimo a Speggiorin durante la semifinale di Coppa delle Coppe. Ricordo il bengala che accesi quando a Telelibera 63 annunciarono che la telenovela Maradona era conclusa e il Pibe de Oro sarebbe arrivato a Napoli dopo qualche giorno. Quella sera bruciai due canottiere stese del signore del piano di sotto che era pure tifoso dell’Inter. Piansi come un bambino quando Diego sbagliò il rigore decisivo a Tolosa, e pure quando il portiere del Real Madrid si assettò di culo sul tiro a botta sicura di Francini al San Paolo. Mi sognai a Renica per due settimane dopo il suo gol decisivo all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare dei quarti di finale di Coppa Uefa con la Juventus, penso che nemmeno la moglie sia arrivata a tanto. Gridai tamente forte quando Varricchio segno il gol della vittoria all’ultimo secondo di un Napoli Vis Pesaro di serie C che le corde vocali mi abbandorano per una settimana e fui costretto a rinviare la docenza di alcuni corsi che dovevo tenere quella settimana a Roma. Sono stato così orgoglioso quando ho portato per la prima volta al San Paolo i miei due maschietti, in curva B, 4 a 1 per il Napoli con la Roma di Zeman. Al termine della partita Lollo e Andrea mi dissero…. “da grandi vogliamo essere come Cavani”. E allora mi ricordai del nonno, delle sue parole e di quanto la nostra vita è come uno strummolo, gira, gira gira e gira ma ha senso solo se trova il giusto equlibrio con la terraferma.

A dieta di Martedi grasso

Tardo pomeriggio, una strada di provincia, di quelle attorno alle quali sono nati paesoni provvisti dello stesso fascino di un’eruzione cutanea. L’ingorgo monta improvviso, come la mia rabbia quando comprendo di non avere via d’uscita. Parcheggio e provo a fare due passi, la gente applaude qualche ApeCar travestito da carro allegorico sui quali ballano maldestramente dei pupazzi posticci a ritmo di samba. La musica è assordante, rimbalza sulle pareti delle palazzine condonate fino a colpirmi dritto al centro dei ricordi. Abbandono, vado a prendermi un caffè e continuo a pensare che poche cose sanno essere tristi come un Martedì grasso.