Mario e la svolta islamica

Mario o’ fravcatore, un pezzo d’uomo dalla forza smisurata e dalla sensibilità brechtiana, appena ha sentito Papa Francesco urlare al mondo Basta Muri ha poggiato a terra la cantarella e si è recato alla moschea del quartiere Stella abbracciando l’Islam. L’ha fatto con tanto vigore, forse troppo, visto che l’Imam è dovuto ricorrere alle cure ospedaliere per un sospetto schiacciamento di almeno due vertebre. Per riparare al torto commesso, Mario si è fatto spedire in Siria dove si occuperà della ricostruzione della città di Aleppo e proverà a convincere i fratelli musulmani che morire per farsi una vergine non è un buon affare, meglio spendere qualcosa di soldi, rimanere vivi e citofonare ad Alissia a Materdei dalle 3 alle 6 del pomeriggio.

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Hassan e i biscotti di Leporano

Leporano è un bel posto a due passi da Taranto, il mare sembra di vetro tanto è trasparente e la sabbia è così fine e dorata da far assomigliare ad una cotoletta croccante qualsiasi parte del corpo umano venga a contatto con essa.

Hassan è siriano. Beh, proprio siriano siriano no, è nato a  Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno, poi si è trasferito a Melfi quando suo padre Ahmed, unico vero siriano della famiglia, è stato assunto in Fiat. Si è diplomato al Righetti ed è diventato perito meccanico sperando che il sogno piemontese lo inglobasse fino a trasformarlo in un impiegato modello. Poi le cose sono andate in modo diverso e Hassan si è ritrovato a vendere frutta al mercato rionale di Via Bocchetti per sfamare la moglie e i suoi due bimbi ancora in età da latte.

A Leporano vivono circa ottomila anime, ma il due Dicembre alle otto di sera in giro ce ne saranno al massimo quindici. Tra esse la signora Carmela sembra quella più vispa, a passi svelti sta raggiungendo Piazza Garibaldi prima che la farmacia chiuda, non si sente a suo agio senza che una confezione di Tachipirina faccia bella mostra di sè nel secondo cassetto del comò della sua camera da letto.

Hassan è nella sua Fiat Bravo, in realtà non è proprio sua, l’ha chiesta al titolare della bancarella di frutta dove lavora con la scusa di dover accompagnare il piccolo Hanan dal pediatra a Matera. Non sa bene perchè ha scelto Leporano per fare questa cosa, di sicuro Allah non gli ha suggerito nulla e nemmeno i suoi amici con cui spesso parla di calcio e guerra santa. Non ha mai capito come possano stare assieme due termini così diversi come questi, non c’è nulla di santo nella guerra, lo capisce pure uno come lui che ha sempre sorriso vedendo i suoi compaesani vestiti a festa il giorno di Sant’Alessandro.

Missione compiuta, pensa tra sè e sè la signora Carmela, mentre si avvia verso casa stringendo tra le mani soddisfatta il pacchettino con la Tachipirina. Prende le chiavi di casa e in quel momento vede arrivare una Fiat Bravo.

Ma è possibile che in questo cazzo di paese non c’è nessuno per strada  a quest’ora? Hassan stringe tra le mani una pistola, è tutto vestito di nero tranne per i calzini bianchi che gli fanno un effetto cromatico strano abbinati al pantalone leggermente corto. Assomiglia più a Michael Jackson in Billie Jean che ad un terrorista dell’Isis pronto a fare una strage. Vede una signora in strada e decide di fermarsi e chiedergli qualche informazione.

Mi scusi, sa dove posso trovare un pò di gente in strada qui a Leporano? La signora Carmela si ferma a guardare il volto barbuto di Hassan e, con l’aria sorniona di chi non è mai impreparato, gli risponde che a Leporano di sera potrebbero anche smontarli i marciapiedi e le piazze, tanto dopo le sette non li usa nessuno, e se qualcuno si azzarda ad uscire lo fa di nascosto, correndo, perchè ha qualcosa da farsi perdonare o qualche malaffare da dover concludere.

Tu perche sei in giro a quest’ora? gli chiede la signora Carmela, galvanizzata  dall’opportunità di poter finalmente parlare con qualcuno che non sia Don Mario della parrocchia della Santissima Immacolata o la Signora Vincenza con cui litiga spesso a causa di Barbara D’Urso.

Hassan non si perde d’animo, Sono un fotografo, avevo voglia di fare qualche foto della gente che passeggia.

Qui non passeggia nessuno, tutti usano il tempo come se fosse denaro, non lo sprecano, lo utilizzano solo quando serve a qualcosa di concreto. E’ curiosa la signora Carmela, vuole saperne di più di questo tizio con la barba che sembra un mediorientale. Che ci fa a Leporano di sera?  Ha sentito in tv che alcuni tizi che gli assomigliano hanno ucciso un sacco di gente a Parigi un paio di settimane fa. Marò, che bella che deve essere Parigi, altro che Leporano, lì dovrebbe andare a fare foto questo tizio, mica qui!

Vieni, entra, ti faccio assaggiare i biscotti della Paticceria Stella, sono la cosa migliore che Leporano ti può offire a quest’ora. Improvvisamente la signora Carmela si sente giovane, più giovane di tanti giovani che a quell’ora preferiscono star chiusi in casa a chattare  piuttosto che parlare con qualcuno in carne, ossa e barba.

E ora che faccio? Era in giro dalle due Hassan, aveva dettto a casa che sarebbe tornato tardi quella sera, la preoccupazione della moglie si era infilata nel silenzio della linea telefonica giungendogli all’orecchio sotto forma di un semplice va bene, non fare troppo tardi. La pistola l’aveva infilata nella busta di plastica azzurra rigorosamente non biodegradabile, assieme a qualche mandarino e a qualche mela. Non aveva tempo per mangiare, aveva percorso tutta la Basentana rimandando a memoria le istruzioni che gli avevano impartito, Vai da qualche parte e spara, non importa chi, tu spara e basta,  Allah ti ringrazierà e noi penseremo ai tuoi figli e a tua moglie. Non aveva avuto il coraggio di farlo di giorno, guardare negli occhi la gente per poi sparargli era troppo per uno come lui che la violenza non l’aveva mai amata nemmeno nei film in tv. Ora che era sera sembrava tutto più facile ma mancava la materia prima, la gente. E aveva pure fame, accettare due biscotti da questa signora non avrebbe rallentato la sua azione, anzi.

E accettò.

Entrò in casa seguendo la signora Carmela, gli sembrò davvero strano che qualcuno a questo mondo invitasse uno sconosciuto a casa di sera senza nemmeno chiedergli chi fosse. Posò il pacchetto con la Tachipirina sul mobile dell’ingresso e invitò Hassan a sedersi sul divano del salone di casa sua. Ti faccio prima un caffè, così i biscotti sono ancora più buoni, disse la signora Carmela invitandolo a seguirla in cucina. Quanti figli hai? gli chiese, un maschio e una femmina, rispose il ragazzo orgoglioso del suo essere papà a soli ventitrè anni.

A Leporano ci devi venire d’estate, allora sì che ci trovi tanta gente da fotografare, ci sono un sacco di villeggianti e la sera girano tutti con il gelato in mano e i pantaloni corti. La gente del paese sistema le sedie fuori dalla porta e chiacchiera fino a che il sonno non li rapisce! Sistemò i biscotti sul vassoio assieme al caffè per Hassan. Sono croccanti,  davvero buoni.

Sa che noi non siamo mai stati al mare? disse Hassan mischiando il dolce dei biscotti con l’amaro della consapevolezza di non aver mai visto i suoi bimbi alle prese con il mare.

No, non è possibile, bisogna assolutamente rimediare. Ho una casetta proprio a due passi dal mare, a qualche chilometro da qui. Non ci vado da molto tempo e non mi va di fittarla, ci vivono tanti ricordi lì,  però se vuoi te la presto per qualche settimana così ci porti i bambini. Che ne dici? Perchè non chiami tua moglie e senti cosa ne pensa?

Hassan compose il numero di casa incredulo, sentì il calore attraversagli il petto quando Amina rispose chiedendogli dov’era.

Sono al mare, Amina, volevo fare una sorpresa a te e ai bambini, voglio che veniate qui anche voi.

Quando?

Ora, rispose Hassan, tra qualche ora sarò a casa, tu prepara la valigia e non dire nulla ai bimbi, voglio che sia una sorpresa.

Come faranno con la scuola, domattina devono andare, e tu come farai con il lavoro? chiese Amina con un tono impastato di gioia e stupore.

Non preoccuparti, Amina, domani andiamo a vedere il mare, gli occhi di Hassan divennero lucidi come la sua mente. Pensò che Allah è grande e sarà meraviglioso pensare a lui sulla spiaggia di Leporano assieme alla sua famiglia in pieno Dicembre.

Leporano

Cose che capitano al tempo della carne cancerogena

Ho visto macellai iscriversi a corsi di pittura pur di cambiare colore alla carne rossa e renderla di nuovo presentabile. Ho visto buoi baciare mucche e sperare in un futuro migliore per i loro vitelli. Ho visto cortei di fruttivendoli sfilare nudi su carri allegorici rivendicando con orgoglio il loro status di paladini della sicurezza alimentare mondiale. Ho visto file interminabili di barbecue bloccare l’Autostrada del Sole e dirigersi verso l’Olanda per sottoporsi alla trafila della dolce morte non rinnegando il loro passato fatto di grasso e carbonelle. Ho visto spezie e aromi iscriversi al collocamento e sperare che lo Job Acts non sia solo una chimera. Ho visto gente in fila davanti al confessionale in attesa di poter ottenere un condono divino per i loro peccati di gola. Ho visto agnelli festeggiare la Pasqua scambiandosi uova di cioccolato.

Riflessioni #10

Te lo ricordi l’oblò della canzone di Gianni Togni? Te lo ricordi Gianni Togni? Si, quello di Giulia, o mia cara che portava in giro in modo discreto quel suo viso da indiano di Roma.  Avevo una voglia matta di  scendere da quella nave, saltare sulla prima scialuppa disponibile per non restare a guardare il mondo dietro quel cerchio di vetro a picco sulle onde.  Lo appannavo con il mio fiato di ragazzino curioso fino a renderlo talmente opaco da costringermi a disegnarci sopra con le dita ciò che avrei voluto che ci fosse fuori.  Avevo i polpastrelli continuamente umidi, li leccavo per sentire in bocca il sapore di mare aperto ma era una fesseria e soprattutto un’altra canzone, di un’epoca che non mi appartiene. Che fine avrà fatto Gianni Togni? Penso avesse talento ma avrebbe avuto bisogno del physique du ròle per imporsi, al pubblico non basta immedesimarsi in una buona canzone oppure in un buon libro, vuole indossare gli abiti dell’artista, entrarci dentro, utilizzarlo come un costume di Carnevale nel quale annullarsi fino alla prossima vetrina dove ne scorgerà uno più figo. Dai, diciamoci la verità, l’arte introspettiva ha rotto con il suo bisogno continuo di riflessioni, la gente vuole sembrare, brama i riccioli argentei di Baricco più dei suoi libri, vorrebbe possedere lo sguardo estatico-ceruleo di Chris Martin e non gl’interessa nulla se la sua musica negli anni è diventata sempre meno biodegradabile tanto è plasticosa. Quei maledetti anni ’80, magari se Gianni Togni avesse trovato il coraggio di tagliarsi i capelli e buttare al cesso quel golfino invece di tenerlo perennemente poggiato su quelle cazzo di spalle le cose sarebbero state diverse e oggi i Ramones sarebbero ancora vivi. Sto esagerando, lo so, ma oggi è Lunedì e tutto è permesso pur di sopravvivere alla routine

Paolo

Sono circa due anni che non vedo Paolo. Ricordo il giorno della sua partenza, era Maggio inoltrato e il sole provava a ritirarsi dopo aver fatto le prove per quella che sarebbe diventata un’estate torrida. Mi chiese di accompagnarlo all’aeroporto, è un viaggio breve mi disse, due settimane da trascorrere in compagnia di sé stesso gli sarebbero bastate per tracciare la rotta per i suoi prossimi anni. Evidentemente ne aveva bisogno, gli ultimi tempi lo avevano spossato, padre decoroso, compagno a cottimo e uomo perennemente in attesa di attraccare in un porto sicuro. Il volo era previsto per le 20 e 15 ma alle cinque del pomeriggio eravamo già in macchina.

Paolo ha sempre avuto la fissa della precisione, lo conobbi proprio grazie a questa sua peculiarità circa 20 anni fa. Avevo beccato un incarico come consulente tecnico d’ufficio per una causa civile ma non sapevo assolutamente quali fossero i modi per avviare la mia attività ed ero alla disperata ricerca di una guida, di un’anima buona (e preparata) che m’indicasse la via. Fortuna volle che un collega a cui mi ero rivolto mi fece il suo nome, rivolgiti a Paolo, lui è la persona che cerchi e saprà darti le risposte giuste, è così fu. Paolo è un architetto atipico: puntuale, metodico, ordinato, affidabile, pronto al dialogo, con un ego inversamente proporzionale al suo talento umano e professionale. Il suo volto paffuto rassicurava e, pur avendo più o meno la mia stessa età, sembrava possedere una calma e una sicurezza che pensavo non potesse essere patrimonio di una persona al di sotto dei 30 anni.

Quella fu l’unica volta che abbiamo collaborato professionalmente ma da allora diventammo amici. La sua caparbia linearità s’incastrava in maniera perfetta con i miei moti curvilinei dando vita a fraseggi rassicuranti per entrambi. I nostri punti di vista su qualsiasi questione erano sempre così diversi da diventare affascinanti, le nostre differenze erano rassicuranti e in qualche modo ci completavano. Discutere con Paolo significava avere l’opportunità di ascoltare un opinione razionale, basata su fatti e circostanze credibili, il suo parere era la mia linea di confine, il luogo oltre il quale c’era l’ignoto ma all’interno del quale riuscivo ad accettare serenamente anche le mie idee.

Ci fermammo al bar Di Martino, quello a due passi dal lungomare, prendemmo il caffè parlando dei guai di questa città come se fossimo due vecchi pronti a condannare a morte la speranza. Vecchi non lo eravamo ma forse c’era entrata in circolo quella stramba consapevolezza secondo la quale il futuro è un sentiero che non tocca a noi sterrare visto che il nostro attuale compito è quello di guardare e criticare tutti coloro che s’impegnano nella costruzione partendo dalla convinzione che non ne siano capaci.

Uscimmo e Paolo mi chiese di fare due passi in villa comunale. In realtà la sua richiesta fu più specifica, volle allungarsi fino al mare in modo da poter abbracciare l’intera consistenza cittadina con un unico sguardo. Fa uno strano effetto vedere la tua città tenendo i piedi affondati nella sabbia, sembra che tra il mare e quell’agglomerato di costruzioni affacciate su di esso sia perennemente in corso uno scambio osmotico di particelle di male puro che lentamente hanno inquinato entrambi i luoghi rendendoli scheletrici e privi di vita. Questa era la mia sensazione, non quella di Paolo che guardava con occhio assorto quello strano spettacolo. Non era da lui camminare a piedi nudi sulla spiaggia, permettere alle onde marroni del mare di entrare in contatto con la sua pelle, se glielo avessi proposto io m’avrebbe risposto che dal lungomare hai l’esatta percezione del rapporto tra mare e città perché sei equidistante da entrambi, è l’equilibrio a renderti affidabile affermava con quella sua aria bonaria e io gli credevo pur non condividendo.

Ripartimmo con la sabbia nascosta tra le dita dei piedi e una folla di pensieri in testa che però tenemmo ognuno per sé. All’aeroporto Paolo mi disse che non occorreva che parcheggiassi, c’era da attendere un’ora e mezza prima del volo e non desiderava che perdessi tempo a causa della sua sfacciata precisione, avrebbe fatto il check-in per poi attendere l’imbarco iniziando a leggere il libro che gli avevo portato.

Avevamo un patto non scritto io e Paolo, ogni volta che qualcosa di scritto avesse lasciato tracce sostanziose di sé dentro di noi avremmo liberamente condiviso con l’altro quella lettura lasciando che da ciò potesse sfociare una di quelle nostre appassionate discussioni.  Era un modo meraviglioso per stimolare la nostra curiosità e aprire i nostri gusti letterari verso orizzonti inesplorati. Grazie a Paolo ho avuto l’opportunità di conoscere (e apprezzare) la complessità di Philip Roth e la delicata eleganza di Murakami Haruki.

Quel giorno gli portai Lo splendore dei discorsi di Giuseppe Aloe, forse non era la lettura giusta da fare durante un viaggio di piacere ma avevo voglia di condividere con lui il mio apprezzamento per lo stile incisivo e molto personale con lui l’autore tratteggiava la sua narrazione. Che cosa ha da perdere un uomo che ha già perso tutto? si chiedeva la voce narrante del libro, avrei voluto conoscere la risposta di Paolo in modo da confrontarla con la mia.

Divertiti finchè sei fuori e mentre ridisegni la rotta dei tuoi prossimi anni non dimenticare di segnare in rosso un puntino, quello sono io, non farlo molto largo perché vorrei che fosse quasi invisibile agli occhi degli altri, lui sorrise e mi mostrò la matita rossa che faceva capolino dal taschino della giacca. Gli ricordai che aspettavo una sua chiamata in modo da organizzarmi per andarlo a prendere al suo ritorno. Prese il libro e lo mise sotto al braccio mentre con l’altra mano guidava la valigia verso l’ingresso dell’aeroporto.

Non so se Paolo quel libro l’abbia mai letto, non conosco la sua risposta a quel quesito e non so nemmeno se sulla rotta dei suoi anni quel puntino rosso l’abbia disegnato o meno. Anzi, credo che non l’abbia fatto visto che non ci siamo più visti né sentiti prima di ieri.

A dire il vero tecnicamente ieri non ci siamo né visti né sentiti, ho scambiato solo quattro parole con il postino che è venuto a consegnarmi un pacco all’interno del quale c’era un libro. Non avevo ordinato nulla negli ultimi tempi e prudenza m’avrebbe consigliato di non accettarlo quel pacco.  Non l’ho fatto, me lo sono portato a casa curioso come un bimbo alle prese con una scatola colorata e sigillata con un bel fiocco. Sul libro c’era un semplice post-it giallo sul quale campeggiava la scritta Paolo, ho girato ogni singola pagina sperando di trovare una lettera,  un appunto, una spiegazione alla sua assenza ma non c’era nulla, solo il libro, La solitudine del maratoneta di Allan Sillitoe. Non so se ho voglia di leggerlo ora, qualcosa dentro di me si è spezzato e nulla è più come prima se il prima e dopo diventano solo frammenti di vita a cui manca il giusto raccordo. Ho appiccicato il post-it sulla mia scrivania, ogni tanto lo annuso per ritrovare l’odore dei pensieri di Paolo, ma non ci riesco. Forse l’ho sotterrato sotto cumuli di lividi causati dalla sua assenza. Magari un giorno passeranno e allora troverò la forza di leggerlo quel libro accettando l’idea che non esiste una risposta a qualunque quesito.

Una promessa….è una promessa

Sai, la prima volta che ebbi la concreta sensazione che quell’azzurro che riempiva il mio piccolo spicchio d’orizzonte non appartenesse al cielo fu proprio qui, davanti a questo vecchio muretto. Da qualche mese ero riuscito a sopravanzarlo con lo sguardo e spiavo con curiosità l’ingresso della chiesa inghiottire quelle donne con il capo coperto da un fazzoletto nero, lo ammetto, avevo una paura boia ad entrare lì, in quell’antro popolato da quelle strane creature con lo sguardo basso e le spalle curve che si facevano il segno della croce bagnandosi le dita nella piccola vaschetta in pietra situata accanto al banchetto delle offerte. La nonna doveva tirarmi a forza per farmi salire i due gradini che separavano la piazzetta da quel portone in legno di castagno all’interno del quale qualcuno aveva avuto l’interessante idea di ricavare un minuscolo accesso tanto basso da costringere qualche compaesano un pò più dotato in fatto di centimetri ad ingobbirsi per poter ascoltare la parola del Signore. Avrei voluto rimanere fuori, all’aria aperta, appollaiato a quel muretto a guardare le chiome degli alberi perdersi nella profondità di quel panorama che accendeva i miei sensi solleticando docilmemte la mia imberbe curiosità. Le foglie fischiavano mentre il vento le scuoteva facendole dondolare da rami simili a piccole braccia nodose, alcune cadevano a terra soggiogate dal soffio impetuoso e finivano per dare allo spiazzo antistante alla chiesa un colore che sapeva d’autunno.  Appena entrati nella piccola navata prendevamo possesso della nostra panca di legno, sempre la stessa, la terza a partire dall’altare in marmo, un pò come i bimbi che s’insediano in classe al suono della campanella occupando il banco a loro assegnato, la nonna tirava fuori da una tasca invisibile una piccola coroncina, la baciava in maniera frugale e iniziava la sua cantilena di cui non riuscivo a cogliere nessun senso che non fosse quel leggero dondolio del capo che imitavo per sentirmi parte integrante di quella strana congrega. Finita la messa, mentre lei si ritagliava qualche minuto di relax con le amiche, io correvo verso il muretto imbarcandomi sulle navi che di tanto in tanto solcavano la porzione di mare a cui avevo accesso dal mio spicchio di mondo. Quanti viaggi ho fatto mentre la nonna chiacchierava davanti alla chiesa!  Un sacco, forse i più belli della mia vita. Sono approdato su isole infestate da ineffabli pirati, sono stato membro della ciurma di uno splendido galeone che assaltava la nave della Regina d’Inghilterra, ho lottato con branchi di orche affamate pronte a divorarmi mentre a bordo di una piccola barca cercavo di raggiungere la terra ferma.
Tornando a casa lungo il viale alberato la nonna mi raccontava di essersi raccomandata a Sant’Antonio circa il mio futuro, il suo primo nipote, quello che doveva fare cose che gli altri nemmeno si sognavano. E dei miei sogni, nonna, chi se ne occupa? Io vorrei solo andare in giro a guardare il mondo da vicino, sentirne l’odore, spizzicare tra le sue cose come faccio con i panzarotti che prepari la Domenica a pranzo. Ma non ho mai avuto il coraggio di dirglielo e un pò me ne rammarico, perchè io di sogni ne avevo tantissimi e ora molti non me li ricordo nemmeno, magari se fossi stato meno timido ora potrei chiedere a lei e constatare se qualcuno sono riuscito a viverlo davvero.
Io non ho pregato Sant’Antonio per voi, manco da una chiesa da un pò di tempo e quando ci entro è più per contemplare la magnificenza artistica che per chiedere al Signore una raccomandazione. Penso che si stuferebbe di sentirmi, non sono iscritto al suo club e la mia ordinazione verrebbe smistata a qualche santo di terz’ordine impegnato nel tirocinio propedeutico per l`accesso nel gotha del cristianesimo d`elite. Però vi prometto una cosa, se mi parlate dei vostri sogni io farò di tutto per non farvene dimenticare, sarò la vostra memoria storica fino a quando quel sant`uomo di Dio si scoccerà di tenermi tra i vivi e farò tutto ciò che è nelle mie possibilità per contribuire alla loro concretizzazione.

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