Uomini e Topi, brusii compresi

Mi piacciono le librerie raccolte, minute, quelle dove i libri non ti adescano con  copertine luccicanti e offerte irrinunciabili ma restano discreti e pazienti, consapevoli del loro talento, in attesa che la curiosità ti porti dritto tra le loro pagine. Adoro le librerie immerse nel brusio, quelle dove chi legge mette in circolo le emozioni scaturite dall’incontro con un libro senza aver timore di ostentare il piacere che ne è scaturito. Condividere è importante, vale anche per i libri. La lettura di Uomini e topi è nata proprio così, da un brusio, ascoltando casualmente una conversazione tra gli scaffali, parlavano di John Steinbeck e di come non si potesse prescindere da lui riguardo tutto ciò che è letteratura americana. E’ stata una tentazione troppo forte per la mia voglia di ampliare gli orizzonti letterari e ho deciso di leggere qualcosa di suo. E’ un periodo in cui l’America è al centro delle mie letture, la trilogia di Haruf, i racconti di D’J Pancake, credo sia nato tutto con l’avvento di Trump, con la necessità di comprendere meglio gli Stati Uniti che nessuno racconta, quelli considerati “periferici” dai media ma che hanno dimostrato di essere ancora una volta prevalenti, quelli dove la gente vive di campi e raccolti, di vacche e vitelli, di rocce da spaccare, lavori saltuari e depressione, un’umanità talmente poco rappresentata da essere dimenticata. E’ stata più la letteratura di genere a dargli spazio, penso a Joe R. Lansdale, oppure al cinema gore del primo Tobe Hooper. La forza di Uomini e Topi è nella sua assoluta semplicità. George, Lanny, Slim, Curley e sua moglie, Carlson rappresentano un’umanità facile da codificare per coloro a cui era destinato il libro, i braccianti californiani, e il loro interagire tocca le corde giuste per emozionarli e lasciare il segno. Allo stesso modo questa semplicità riesce a trasmettere a noi il senso di spaesamento e di fatalismo che avvolgeva quell’America durante la depressione, il sogno come unico rifugio di fronte ad una realtà dura come lo zoccolo di un cavallo da soma. Ottima la traduzione di Michele Mari.

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Un gelido inverno

Legare “Un gelido inverno” al palo dei film di genere ( in tanti lo definiscono “solo” un thriller) è riduttivo, sottostima un film che ha il merito di proporre un ritratto spietato di quell’america ( la a minuscola non è casuale)  rattrappita e ferma ad un medioevo costante dove le uniche tracce di “moderno” sono la cocaina e la sega a motore. In questo inverno che non è solo meteorologico ma  (e soprattutto) morale risplende la disperata determinazione di questa diciassettenne costretta suo malgrado a farsi carico delle assenze che la circondano. Ree Dolly non è un’eroina nel senso puro del termine, è figlia del male che la circonda, non tenta di imbrigliare la sua fragilità adolescenziale con l’altezza morale del sentimento che non ha avuto il tempo di coltivare ma cerca di salvare quello che ha di più caro lottando come un animale a cui si depreda il nido. E’ ferma e risoluta quando sacrifica sé stessa per ottenere il rispetto di chi può aiutarla e il pianto catartico in cui si scioglie nel momento topico del film rappresenta il definitivo addio ad una purezza auspicata fatta di legittimi sogni da poter coltivare, sostituita dalla più pragmatica accettazione di una concretezza fatta di regole arcaiche ma utili alla sopravvivenza sua e delle persone che da lei dipendono. Quello che rende questo film davvero originale è lo sguardo al femminile che aleggia in tutta la storia: sono le donne che agiscono, si prendono la responsabilità dell’azione mentre gli uomini restano in disparte, muti e assenti come maschere nascoste sotto l’ombra dei loro improbabili cappelli.  “Un gelido inverno” è un racconto di formazione supportato dalla grande presenza scenica di Jennifer Lawrence (che avrebbe senza dubbio meritato l’Oscar arrivatogli poi l’anno seguente per il carino ma leggero “Il lato positivo”) e dalle indubbie capacità registiche di Debra Granik che immerge la storia in un’atmosfera quasi di stampo documentaristico che esalta il contenuto grazie all’espressività di luoghi e volti. Da vedere

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Gone baby gone

Qual è la scelta migliore, quella etica oppure quella pratica basata sull’evidenza dei fatti? Esiste un modo per  tenere fede ai propri principi senza per questo compromettere le possibilità di successo delle vite altrui e l’equilibrio della propria? Continuo imperterrito la mia battaglia notturna con il caldo incessante riscoprendo alcuni  film figli di un Dio minore,  opere passate quasi in silenzio tra le comode poltrone delle nostre sale cinematografiche ma che meritano una seconda chance al buio del proprio soggiorno/sala da pranzo. In pochi avrebbero scommesso sulle doti  da regista di Ben Affleck, per anni aspirante  tronista del regno dei divi a stelle e strisce senza mai riuscire a convolare a nozze con il successo tanto agognato.  “Gone baby Gone” è il suo esordio e si dimostra maturo, sincero, per nulla banale pur percorrendo strade già percorse da tanti. La periferia americana, quella sfatta nella forma e nell’essenza, provata dalla mancanza di risorse e dedita allo stordimento, quella che vive di contrapposizione etnica, che non crede nel futuro ma che si arrabatta per superare indenne il proprio presente, quella che le regole valgono solo se sono arcaiche, istintive e basate sulla legge del taglione. Un po’ mi ricorda l’America descritta da Clint Eastwood in alcuni suoi film, però qui c’è dell’altro, non ci si ferma all’affresco ma si da vita ad un robusto film di genere, un noir, che ha i suoi tempi, i suoi ritmi, i suoi percorsi narrativi che, sebbene tradizionali, coinvolgono lo spettatore in maniera credibile. La bambina scomparsa, la madre persa nella sua superficialità lisergica, la coppia che investiga e che si lascia trascinare in un vortice che lascerà tracce indelebili, la polizia che agisce facendo dell’istinto la propria ragione. Quello che mi rimane di questo film è l’interrogativo di cui parlo ad inizio post. Non svelo il finale del film altrimenti negherei buona parte  dell’appeal a chi avrà voglia di dedicargli un po’ del suo tempo ma sarei curioso di condividere con voi l’effetto che vi ha fatto. Stasera, caldo permettendo, mi faccio un altro giro nell’America inquieta con “Un gelido inverno”, un ver e proprio ossimoro!

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