La Paranza dei Bambini

Apprezzo molto Roberto Saviano, con Gomorra è stato capace di raccontare il sistema criminale organizzato, spogliandolo di quell’aura epica con cui il cinema e la letteratura l’avevano rappresentato per anni, un lavoro di cesello in cui cronaca e romanzo si univano per raccontare il nostro tempo. La paranza dei bambini è diverso, meno potente e più banale, più superficiale e meno concreto, meno partecipato e più “sulla fiducia”. Il racconto di questi ragazzi di vita che non delinquono per diritto ereditario ma piuttosto per emulazione del potere, unica religione globale capace di rappresentare degnamente il nostro tempo, manca del piglio creativo degno del grande scrittore e sembra non essere sostenuto dalla puntuale ricerca dei fatti reali, così come avveniva in Gomorra. E’ difficile, quasi impossibile, parlare di ciò che succede a Forcella e alla Sanità, se non respiri quell’aria il tempo utile a fartene un’idea attuale. Non basta leggerne, non basta che qualcuno te li descriva, quei luoghi sono liquidi, dinamici e se vuoi fotografarli in maniera coerente devi stare lì il tempo necessario a trovare la giusta inquadratura. La paranza dei bambini è un libro scritto in esilio, che racconta ma non approfondisce, che non affonda la penna nella carne perché quella carne ormai non gli appartiene più. Magari se hai il talento di Don Wislow riesci a raccontare la realtà non rinunciando ad emozionare e ad inventare, come capita allo scrittore statunitense nel suo splendido Il cartello, ma Roberto Saviano non ha ancora raggiunto quella maturità narrativa e sembra non avere più la libertà di mimetizzarsi in un territorio per studiarlo a fondo e poi raccontarlo in maniera credibile e non banale. I margini di crescita sono enormi, così come il peso del suo esordio. Gli auguro tutto il bene possibile perché  di Roberto Saviano ho grande stima.

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