Attenzione alla trilogia di Kent Haruf, può creare dipendenza

Ciao, sono Antonio, amo leggere e sono 3 giorni, 8 ore e 14 minuti che non apro un libro di Kent Haruf.

Lo so, è così difficile lasciare Holt, mettersi alle spalle i sermoni rivoluzionari di Lyle, le serate impacciate ma cariche di umanità trascorse in compagnia dei fratelli McPheron e di Victoria Roubideaux, è dura non poter continuare ad alimentare la naturale empatia con Tom Guthrie e Maggie e l’efferata antipatia nei confronti di Hoyt Raines.

Ma non potevo continuare così, ho bisogno di mettere da parte le aste per il bestiame e i negozi di ferramenta, devo allontanarmi dalle strade polverose che costeggiano enormi campi di grano e dalle ragazzine che trascorrono intere serate a pedalare tra un lampione all’altro, devo rivolgere lo sguardo altrove, vivere nuove esperienze letterarie. Sono certo che anche il buon Kent, se fosse ancora vivo, la penserebbe come me, altrimenti, invece di una trilogia, ad Holt avrebbe costruito una comune invitando tutti i melanconici a passarci almeno qualche giorno. Io ci sarei andato, ci potete scommettere, avrei preso una birra al Triple M, mi sarei fatto un bel giro lungo la Third Street per poi tornarmene a casa affranto ma felice, con il suo ultimo romanzo intitolato Dipendenza tra le mani.

Dopotutto, domani è un altro giorno…

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L’estate del cane bambino

Brondolo non è il nome di uno dei sette nani ma quello di una località a due passi da Chioggia dove vado almeno un paio di volte all’anno per questioni di lavoro. Leggere di un libro ambientato li ha attratto la mia curiosità che è stata premiata da una storia interessante e ben scritta che oscilla tra il chiarore del romanzo di formazione e il buio della violenza domestica. Bella scoperta.

PS. Se qualcuno ha notizie di un nuovo lavoro della coppia Pistacchio&Toffanello mi avverta, per favore!

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Voglio guardare

Il nero ci circonda, non ha età né giustificazioni, ha solo fame…

Naviga in un continuo presente questo romanzo di De Silva, il racconto è asciutto, senza fronzoli, avanza per frasi brevi, è coinciso come solo chi sa davvero scrivere riesce a fare. Non sappiamo nulla dell’Avvocato Heller, non conosciamo la sua storia personale, lo incrociamo in tribunale e ci sta simpatico mentre azzanna con la sua sfacciata qualità orale il tronfio magistrato di turno, ci sembra uno di cui fidarci ma spesso le sensazioni sono solo dei miraggi. Celeste è buia come un pomeriggio finlandese a Dicembre, è preda e predatore, un contenitore il cui contenuto è celato così in profondità da sembrare ormai perso o inesistente. Siamo lontani dalle atmosfere ironicosentimentali a cui De Silva ci ha abituati con i suoi successivi libri, i fasti dell’avvocato Malinconico sono temporalmente lontani e forse al buon Diego non farebbe male indossare di nuovo il nero che in queste pagine lo rende originale, disturbante e godibile allo stesso tempo.

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PS. Mentre mi lasciavo trascinare dalla storia di Davide Heller e Celeste mi è salita una gran voglia di riascoltare questo pezzo degli Afterhours, talvolta le associazioni mentali sono potenti detonatori emozionali!

La sostanza del male

E lo so, scegliere un libro dal titolo è come affidare le chiavi di casa ai testimoni di Geova che hanno appena bussato alla porta. L’ho fatto e non me ne pento, sia chiaro, la vita è un susseguirsi di esperienze di cui almeno la metà sono cazzate! Ero troppo intrigato da questo titolo che associa la sostanza al male.

Viviamo un’epoca in cui il male è stato eletto a primaria forma di comunicazione sociale, ci siamo impegnati a diffonderlo capillarmente sperando che fosse questo il modo giusto per esorcizzarlo ma così non è stato, abbiamo dimenticato che il male è soprattutto sostanza e per liberarci di lui, ammesso che sia possibile, bisogna puntare dritto al cuore della sua essenza.

Tralasciando queste goffe considerazioni sociologiche post ferragostane, La sostanza del male è un thriller ben scritto, che non brilla per originalità ma poggia su un impianto narrativo ben congegnato e sceneggiato in maniera sapiente dall’esordiente Luca D’Andrea. Protagonista principale è la montagna, quella antica e diffidente dell’Alto Adige, capace di celare tra le sue gole e suoi precipizi una storia di odio e morte che non può non richiamare alla mente alcuni plot vincenti della letteratura di genere degli ultimi tempi, soprattutto quella scandinava. Se vi occorre un libro da leggere spaparanzati su una sdraio a pochi metri dal mare, La sostanza del male fa sicuramente per voi. Le 400 e passa pagine vi permetteranno di refrigerarvi, visto che in esse troverete tempeste di neve e freddo a volontà ma anche di divertirvi grazie ad una trama ben tornita e ad una folta schiera di personaggi classici ma ben amalgamati. Se invece avete terminato le vacanze e vi è venuta voglia di leggere qualcosa di più originale e coinciso, guardate altrove. L’importante è saper scegliere, aldilà dei titoli

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Pensiero poetico per Maurizio de Giovanni

Caro Maurizio de Giovanni, hai talento, questo è innegabile, il tuo Commissario Ricciardi ha scassato e anche questo è un dato di fatto. Però non ti pare che ora stai esagerando? I tuoi ultimi libri sembrano le gemelle Kessler tanto che si assomigliano. Va bene che per molti ciò è rassicurante, va bene che mò stai preso dalla trasposizione TV dei tuoi romanzi ed evidentemente non hai tanto tempo per scrivere cose nuove, però potevi evitare di farci spendere soldi per i tuoi ultimi libri dove tre quarti delle pagine (e sono stato buono) contengono la stessa storia, magari ci premiavi pubblicandone uno solo come base e ogni 20 giorni ci facevi pervenire un breve fascicoletto con la storiella gialla, avremmo risparmiato tempo e soldi. Pensaci, potrebbe essere un’idea interessante e onesta per le prossime pubblicazioni, magari finchè non ti vengono nuove e originali idee da trasformare in libri. Uè, non ti offendere per queste mie parole sgrammaticate che non leggerai mai, ma mi son venute dirette dal cuore e dal protafoglio e mi sembrava giusto condividerle! Salutami a Lojacono e a Il Metodo del Coccodrillo, bei tempi quelli!

Terapia di coppia per amanti

La prima volta che mi sono imbattuto in un libro di Diego De Silva ero a Cagliari, mi godevo il tardo pomeriggio isolano passeggiando lungo i portici del centro alla ricerca di un riparo credibile capace di proteggermi dall’abbraccio insistente di una seria infinita di folate di vento talmente impetuose da sollevare anche i pensieri più pesanti. Ho l’abitudine di associare un libro ad ogni viaggio. Che sia per svago o per lavoro, m’impegno a trovare del tempo da trascorrere in una libreria, preferibilmente piccola e polverosa, affidandomi nella scelta al caso, alla memoria capace di sputare fuori all’improvviso qualche titolo oppure alle copertine più che alle loro quarte. Non è un problema di misure, assolutamente, la quarta di copertina è come il volantino della Conad: fa sembrare bella, conveniente e utile anche la scarpiera di cartone pressato color diarrea col pomello anarchico, capace di contenere ben 4 paia di scarpe!
Così scelsi non so per quale motivo Non avevo capito niente, iniziai a leggerlo in aereo e dopo poche pagine pensai che Cagliari sarebbe stato un ricordo piacevole.
Diciamocela tutta, il buon De Silva è un narciso, fa parte di quel gruppo di scrittori che maneggiano le parole con tale cura e padronanza da scordarsi spesso e volentieri di costruirci una buona storia intorno. Assomigliano a quei funamboli del pallone, capaci di eccitarsi talmente per un tunnel all’avversario da scordarsi di tirare in porta e segnare. Però quando il funambolo decide che vincere è importante diventa …..Maradona. Diego De Silva, nonostante l’omonimia, non è il Pibe de Oro della letteratura italiana ma sicuramente da trequartista fa fare il salto di qualità alla squadra!
Terapia di coppia per amanti, dopo una prima parte “allappante” dove si cerca il dribbling a tutti i costi, diventa un libro godibile quando i dialoghi prendono il sopravvento sui monologhi. Si ride, si riflette, ci si ritrova, ci si emoziona. Quando De Silva mette a disposizione dei personaggi il suo talento e la sua ironia diventa irresistibile. Viviana, Modesto e l’analista possiedono tutti i nostri difetti e alcune delle nostre virtù, tutto ciò ce li rende talmente vicini da farceli piacere anche quando sembrano davvero insopportabili. Un po’ come il buon Avvocato Malinconico, ricordate?
Leggetelo, vi piacerà. Poi magari mi dite cosa ne pensate…..

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Il villaggio dei dannati

Quando frequentavo l’Università, troppi anni fa ahimè, il professore di Progettazione raccomandava a tutti noi aspiranti architetti, di legare il progetto al territorio. ” Per esser certi che quello che state disegnando abbia una sua dignità provate a toglierlo dal contesto in cui l’avete progettato ed inseritelo in un altro luogo. Se sembra starci bene, la vostra idea vale poco “. Potrebbe essere interessante utilizzare lo stesso metro di giudizio anche per certa letteratura che sembra più attenta a copiare atmosfere lontane piuttosto che lasciarsi guidare dalle ispirazioni a Km zero! Ambientare un thriller in Germania e lasciare al lettore la sensazione che l’azione si svolga negli States è un peccato quasi mortale. Il quasi lo lascio perchè la storia narrata è interessante, anche se sviluppata secondo i canoni del classico thriller made in USA. Il mio professore di Progettazione avrebbe detto ad Elisabeth Herrmann di ripassare, magari la prossima volta, con qualche buon accorgimento, il suo progetto avrebbe superato l’esame a pieni voti.

Trama:

Un crudele omicidio è commesso allo zoo di Berlino. Tutti gli indizi conducono a Charlie Rubin, ambigua allevatrice di ratti, taciturna e schiva. Ma la giovane e ambiziosa Sanela Beara e Jeremy Saaler, lo psicologo incaricato di redigere la perizia sulla capacità d’intendere e di volere della presunta assassina, nutrono dubbi. Indagando sull’infanzia di Charlie si ritroveranno a condurre pericolose ricerche presso Wendisch Bruch, uno sperduto paesino nella regione del Brandeburgo. Gli oscuri segreti del villaggio sono sempre stati protetti dall’omertà dei pochi abitanti rimasti. E gli ululati dei lupi e le agghiaccianti grida dei neonati sembrano dire: guai a disturbare il silenzio dei morti!

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