I nottambuli e Simenon

Ho un debole per Simenon, per i suoi personaggi ingobbiti dal peso di vite instabili, descritti in modo mirabile grazie ad un sagace connubio tra narrazione e ambientazione. In Tre Camere a Manhattan, la descrizione prevale sul dialogo, restituendoci con straordinaria forza il senso di disagio attorno al quale nasce e si aggrappa la storia tra François Combe e Kay Miller. E’ New York la vera protagonista del romanzo, le sue strade buie, i bar aperti in piena notte, la solitudine che incatena le vite rendendole inutili.

François e Kay, seduti al banco di un bar, come ne I nottambuli di Edward Hopper, rappresentano un affresco letterario potente, un manifesto sentimentale privo di inutili orpelli ma essenziale e concreto nelle sue sfaccettature di una lacerante umanità.

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Hotel Silence

Il Vesuvio con il cappello bianco non si può vedere, mi affaccio alla finestra di casa e non lo riconosco, sembra fuori luogo come un tarallo con una spolverata di zucchero a velo sopra.

Come sarà vivere in un posto dove la neve non da scampo a nessun colore? Sarà lancinante, una sorta di noia monocroma che acceca qualunque velleità emozionale, appiattendo le intenzioni sotto il peso di una calda coperta di pile.

Mentre esco di casa penso all’Islanda, al magma fuso che esce impetuoso dalle sue viscere per spegnersi nel silenzio dell’aria gelida che arriva dal polo e mi sento improvvisamente incuriosito da questa strana isola, infilo i guanti e vado in libreria.

Così è nato l’incontro con Auður Ava Ólafsdóttir e il suo splendido Hotel Silence, eletto miglior libro del 2016 dai librai islandesi.

Me li immagino così i librai islandesi, riuniti in una di quelle tipiche case di torba dai tetti erbosi che sembrano spuntare direttamente dal terreno, mentre parlano di libri tra un cicchetto di Brennivin e del pesce secco con o senza burro.

Io sono astemio, abito all’ultimo piano e preferisco il polipo alla luciana al pesce secco ma la penso come loro, Hotel Silence è essenziale e poetico, semplice ma robusto nel suo procedere in maniera discreta ma incisiva lungo la vita di Jónas, accompagnandolo nel suo percorso di inconsapevole riconciliazione con la vita attraverso luoghi apparentemente troppo diversi per essere racchiusi in uno stesso romanzo. Oggi fa freddo, il vento taglia il volto come se fossimo tra i monti del Landmannalauga e io sto imparando che la monocromia non esiste, basta alzare lo sguardo e camminare come se non ci fosse un domani.

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Tutto ciò che ti appartiene

Cosa ci appartiene? Le nostre esperienze, anche quelle che acquistiamo per una manciata di banconote, senza dubbio alcuno. Vale per me, per il giovane insegnante d’inglese trapiantato in Bulgaria, per Mitko, per tutti. La Bulgaria la immagino triste, mi ricorda l’autunno, il tardo pomeriggio, vento e foglie a scomporre il paesaggio che scorre desolato verso il buio della sera. Il bus scorre verso Mladost e Plovdiv, c’è poco da guardare, allora viene semplice riflettere, cercare di capire se il desiderio sia una cura per la mancanza oppure solo un modo per esorcizzare la propria angoscia. Gran bel libro, leggetelo se potete….

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Attenzione alla trilogia di Kent Haruf, può creare dipendenza

Ciao, sono Antonio, amo leggere e sono 3 giorni, 8 ore e 14 minuti che non apro un libro di Kent Haruf.

Lo so, è così difficile lasciare Holt, mettersi alle spalle i sermoni rivoluzionari di Lyle, le serate impacciate ma cariche di umanità trascorse in compagnia dei fratelli McPheron e di Victoria Roubideaux, è dura non poter continuare ad alimentare la naturale empatia con Tom Guthrie e Maggie e l’efferata antipatia nei confronti di Hoyt Raines.

Ma non potevo continuare così, ho bisogno di mettere da parte le aste per il bestiame e i negozi di ferramenta, devo allontanarmi dalle strade polverose che costeggiano enormi campi di grano e dalle ragazzine che trascorrono intere serate a pedalare tra un lampione all’altro, devo rivolgere lo sguardo altrove, vivere nuove esperienze letterarie. Sono certo che anche il buon Kent, se fosse ancora vivo, la penserebbe come me, altrimenti, invece di una trilogia, ad Holt avrebbe costruito una comune invitando tutti i melanconici a passarci almeno qualche giorno. Io ci sarei andato, ci potete scommettere, avrei preso una birra al Triple M, mi sarei fatto un bel giro lungo la Third Street per poi tornarmene a casa affranto ma felice, con il suo ultimo romanzo intitolato Dipendenza tra le mani.

Dopotutto, domani è un altro giorno…

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L’estate del cane bambino

Brondolo non è il nome di uno dei sette nani ma quello di una località a due passi da Chioggia dove vado almeno un paio di volte all’anno per questioni di lavoro. Leggere di un libro ambientato li ha attratto la mia curiosità che è stata premiata da una storia interessante e ben scritta che oscilla tra il chiarore del romanzo di formazione e il buio della violenza domestica. Bella scoperta.

PS. Se qualcuno ha notizie di un nuovo lavoro della coppia Pistacchio&Toffanello mi avverta, per favore!

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Voglio guardare

Il nero ci circonda, non ha età né giustificazioni, ha solo fame…

Naviga in un continuo presente questo romanzo di De Silva, il racconto è asciutto, senza fronzoli, avanza per frasi brevi, è coinciso come solo chi sa davvero scrivere riesce a fare. Non sappiamo nulla dell’Avvocato Heller, non conosciamo la sua storia personale, lo incrociamo in tribunale e ci sta simpatico mentre azzanna con la sua sfacciata qualità orale il tronfio magistrato di turno, ci sembra uno di cui fidarci ma spesso le sensazioni sono solo dei miraggi. Celeste è buia come un pomeriggio finlandese a Dicembre, è preda e predatore, un contenitore il cui contenuto è celato così in profondità da sembrare ormai perso o inesistente. Siamo lontani dalle atmosfere ironicosentimentali a cui De Silva ci ha abituati con i suoi successivi libri, i fasti dell’avvocato Malinconico sono temporalmente lontani e forse al buon Diego non farebbe male indossare di nuovo il nero che in queste pagine lo rende originale, disturbante e godibile allo stesso tempo.

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PS. Mentre mi lasciavo trascinare dalla storia di Davide Heller e Celeste mi è salita una gran voglia di riascoltare questo pezzo degli Afterhours, talvolta le associazioni mentali sono potenti detonatori emozionali!

La sostanza del male

E lo so, scegliere un libro dal titolo è come affidare le chiavi di casa ai testimoni di Geova che hanno appena bussato alla porta. L’ho fatto e non me ne pento, sia chiaro, la vita è un susseguirsi di esperienze di cui almeno la metà sono cazzate! Ero troppo intrigato da questo titolo che associa la sostanza al male.

Viviamo un’epoca in cui il male è stato eletto a primaria forma di comunicazione sociale, ci siamo impegnati a diffonderlo capillarmente sperando che fosse questo il modo giusto per esorcizzarlo ma così non è stato, abbiamo dimenticato che il male è soprattutto sostanza e per liberarci di lui, ammesso che sia possibile, bisogna puntare dritto al cuore della sua essenza.

Tralasciando queste goffe considerazioni sociologiche post ferragostane, La sostanza del male è un thriller ben scritto, che non brilla per originalità ma poggia su un impianto narrativo ben congegnato e sceneggiato in maniera sapiente dall’esordiente Luca D’Andrea. Protagonista principale è la montagna, quella antica e diffidente dell’Alto Adige, capace di celare tra le sue gole e suoi precipizi una storia di odio e morte che non può non richiamare alla mente alcuni plot vincenti della letteratura di genere degli ultimi tempi, soprattutto quella scandinava. Se vi occorre un libro da leggere spaparanzati su una sdraio a pochi metri dal mare, La sostanza del male fa sicuramente per voi. Le 400 e passa pagine vi permetteranno di refrigerarvi, visto che in esse troverete tempeste di neve e freddo a volontà ma anche di divertirvi grazie ad una trama ben tornita e ad una folta schiera di personaggi classici ma ben amalgamati. Se invece avete terminato le vacanze e vi è venuta voglia di leggere qualcosa di più originale e coinciso, guardate altrove. L’importante è saper scegliere, aldilà dei titoli

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