La mia prima volta all’Aurelio Stadium, distopie da tifoso partenopeo

Finalmente ci siamo, Aurelio è quello che è, l’aveva detto, datemi un pezzo di terra e vi costruirò una bomboniera da ventimila posti dove poter guardare la partita in grazia del Signore, altro che quel cesso del San Paolo!

E’ stato di parola il Presidente, appena Don Mario Ciotola gli ha regalato 20 ettari di terreno tra Licola e Varcaturo non ci ha pensato su, ha ingaggiato il primo ArchiStar che teneva sull’agendina, si è fatto prestare un po’ di soldi da un gruppo cinese con sede operativa a Sant’Egidio Montalbino e si è fatto costruire l’Aurelio Stadium.

Visto da fuori fa un po’ soggezione, un enorme nastro luminoso incarta l’intero campo proiettando per tutta la provincia di Napoli e Caserta le testuali parole “ Prima di me solo ricordi e macerie, con me speranza e solidità”. Mentre mi lascio ipnotizzare dall’enorme scritta una signorina vestita di azzurro mi piazza in mano una brochure e mi chiede verso quale settore mi sto dirigendo, gli dico che ho vinto l’asta per un biglietto di Curva Pierpaolo Marino e allora lei mi arronza invitandomi a liberare il passaggio.

Aurelio è un uomo di una modernità incredibile, ha eliminato la vendita diretta del biglietto d’ingresso allo stadio, sostituendola con il metodo dell’asta. Per ogni settore c’è un prezzo di partenza prefissato, quelli che vogliono accaparrarsi il titolo d’ingresso devono offrire più degli altri e sperare che i rilanci si attenuino fino a sparire. Tutto viene trasmesso h24 dalla radio ufficiale del Napoli e i primi 30 vincitori  possono intervenire in diretta e fare due chiacchiere con Carlo Verdone o Christian De Sica.

Entro nel mio settore e mi accorgo che è piccolissimo, più che una curva sembra un recinto, a terra la pavimentazione è quella del San Paolo, travertino stagionato e gomme da masticare, la copertura non c’è, all’ingresso puoi acquistare un K-Way azzurro mimetico autografato da Rafael e per 15 euro ti ripari dall’acqua. Il terreno di gioco è lontano circa sessanta metri mentre le enormi vetrate che racchiudono le tribune cadono a picco sulla linea laterale. Mancano 10 minuti all’inizio della partita e non si sente volare una mosca, l’unico suono che percepiamo è quello degli aerei che iniziano la discesa verso Capodichino. Alle 20 e 40 parte il collegamento con la pay-tv e lo stadio s’illumina a giorno grazie ai fuochi d’artificio che precedono l’uscita dei calciatori, quelli del Napoli indossano un volantino su sfondo azzurro mentre salutano gli spettatori delle tribune vetrate, il portiere s’avvia verso la porta e ci guarda senza salutarci, forse non c’ha nemmeno visto tanto siamo distanti o, forse, il suo contratto non lo prevede.

Vinciamo noi 4 a 3, almeno credo, visto che i tabelloni elettronici presenti sono rivolti esclusivamente verso le tribune e noi della curva dobbiamo fidarci solo della memoria. A confermare la vittoria però ci pensa l’abbraccio in campo di quelli che indossano il volantino e allora iniziamo a cantare Oj vita oj vita mia ma non ci caca nessuno, sono già tutti sotto la Tribuna Dino De Laurentis a mostrare alle telecamere lo striscione con il titolo del prossimo film di famiglia “C’era una volta il calcio”.

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Le prime Olimpiadi del Sud

E’ il 18 Luglio del 2024, mancano pochi minuti alle 20 e 30 e il Vesuvio è un luccichio di strass multicolori pronte ad essere manovrate da migliaia di figuranti sparsi lungo tutto il cono in attesa che l’evento si compia.

Nessuno c’avrebbe scommesso un euro, la trentatreesima Olimpiade dell’era moderna si svolgerà in Italia, non a Roma come da programma, ma da Napoli in giù, sarà la prima Olimpiade del Meridione, l’occasione giusta per rilanciare una parte del paese il cui PIL, nel 2016,  era così scarno da assomigliare ad un necrologio più che ad un numero reale.

Tutto nacque per caso, come capita per le cose migliori. Il primo cittadino di Roma, la Sindachessa, decise che la Capitale aveva ben altre priorità e barattò le Olimpiadi con una megaderattizzazione dell’Urbe. Ma le Olimpiadi erano state già assegnate all’Italia e indietro non si poteva tornare.

Furono giorni di grande concitazione.

Salvini propose di svolgere le Olimpiadi a Mapello, giurò sulla camicia a scacchi di Umberto Bossi che i bergamaschi avrebbero edificato tutte le strutture necessarie in tempo record e che avrebbe dato una mano al paese anche con la questione immigrati, destinando la maggior parte di essi al ruolo di manovalanza edile, importando, per primo in Europa, il modello lavorativo utilizzato dagli Egizi per la costruzione delle piramidi di Giza.

La sinistra si schierò decisa e coesa contro questa ipotesi proponendo una commissione di studio che, entro un lustro, avrebbe presentato un progetto preliminare che sarebbe poi stato discusso in un’assemblea plenaria e votato dagli iscritti e simpatizzanti entro e non oltre il 2030.

Il tempo stringeva senza che ci fosse un accordo concreto.

Poi ci fu l’evento.

Il 28 Maggio del 2017 il Napoli si laureò Campione d’Italia dopo un testa a testa infinito con la Juve, grazie ad un rigore sbagliato dal Pipita Higuain durante il recupero dell’ultima gara di campionato che evitò lo spareggio finale.

Napoli si trasformò in Rio e il Premier di allora, Renzie, ebbe l’idea.

La questione meridionale poteva essere risolta attraverso lo sport, organizzare le Olimpiadi al Sud, rendere uno dei luoghi più affascinanti dell’intero pianeta la scenografia ideale per un evento tanto importante. Ciò avrebbe permesso di avviare un processo economico senza pari per quest’area del paese, turisti a bizzeffe, bellezza che torna a fare rima con ricchezza.

Non fu facile per Renzie spuntarla, il centrodestra compatto era per Mapello, addirittura riuscirono a spostare la data dell’annuale Sagra del Polastrel per evitare scoccianti concomitanze,  i cinquestelle organizzarono le Olimpiarie a cui parteciparono 13 iscritti che proposero di svolgere le Olimpiadi ognuno a casa propria per evitare inutili sprechi. La sinistra era a Capalbio a fare i bagni e decise di occuparsi dell’argomento dopo l’estate.

L’idea passo e divenne concreta.

Ci fu un fermento unico in tutto il paese, i meridionali che da anni erano al Nord la smisero di utilizzare la cadenza locale per mimetizzarsi, il set di Gomorra fu spostato a Lambrate mentre Sky e Mediaset aprirono sedi operative in quasi tutte le regioni del Sud. In TV e sui giornali il Meridione non fu più descritto come il luogo degli ultimi ma il posto del futuro. In sette anni l’Alta velocità collegò Napoli a Bari e Reggio Calabria, Catania a Palermo, il Sarno divenne un parco fluviale e l’ILVA di Taranto il più grande museo dell’acciaio che esista al mondo. Fabrizio Rondolino fu chiamato a Trapani per commentare le gare di surf e un intero popolo si sentì centro nevralgico del proprio paese.

E’ il 18 Luglio del 2024, sono le 20 e 30, la fiamma olimpica arriva sul cratere, l’ultimo tedoforo si affaccia verso il golfo, lancia la torcia e il Vesuvio prende fuoco, sono fiamme di gioia e di buon augurio.

Da oggi in poi niente sarà più come prima.

Buon compleanno Napoli

Da piccolo volevo essere Sergio Clerici, el gringo. Indossava la maglia azzurra con un’eleganza che metteva quasi soggezione. Quando ne parlai con mio nonno lui mi guardò e disse...”aspetta a scegliere chi vuoi essere, sì piccirill, pigliati tutto il tempo che vuoi per decidere”. Poi arrivò Luciano Castellini e decisi che non avrebbe avuto senso continuare a vivere senza ruciuliarmi a terra, immaginando di salvare la mia squadra del cuore con parate decisive. Tenevo talmente tanti lividi che i miei fianchi sembravano teste di leopardo. La mia prima bottiglia di vetro la ruppi quando l’arbitro Matthewson annullò un gol regolarissimo a Speggiorin durante la semifinale di Coppa delle Coppe. Ricordo il bengala che accesi quando a Telelibera 63 annunciarono che la telenovela Maradona era conclusa e il Pibe de Oro sarebbe arrivato a Napoli dopo qualche giorno. Quella sera bruciai due canottiere stese del signore del piano di sotto che era pure tifoso dell’Inter. Piansi come un bambino quando Diego sbagliò il rigore decisivo a Tolosa, e pure quando il portiere del Real Madrid si assettò di culo sul tiro a botta sicura di Francini al San Paolo. Mi sognai a Renica per due settimane dopo il suo gol decisivo all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare dei quarti di finale di Coppa Uefa con la Juventus, penso che nemmeno la moglie sia arrivata a tanto. Gridai tamente forte quando Varricchio segno il gol della vittoria all’ultimo secondo di un Napoli Vis Pesaro di serie C che le corde vocali mi abbandorano per una settimana e fui costretto a rinviare la docenza di alcuni corsi che dovevo tenere quella settimana a Roma. Sono stato così orgoglioso quando ho portato per la prima volta al San Paolo i miei due maschietti, in curva B, 4 a 1 per il Napoli con la Roma di Zeman. Al termine della partita Lollo e Andrea mi dissero…. “da grandi vogliamo essere come Cavani”. E allora mi ricordai del nonno, delle sue parole e di quanto la nostra vita è come uno strummolo, gira, gira gira e gira ma ha senso solo se trova il giusto equlibrio con la terraferma.

Napolislam

Spesso associo Napoli ad una spugna: porosa, ricca di cavità nelle quali ospita esistenze, le assaggia, le combina tra loro trasformandole e poi le strizza via lasciandole al loro destino. Napoli è funzionale al concetto di passaggio, di cambiamento, non ispira stanzialità perché è scomoda da vivere, troppo impegnativa per chi si è lasciato sedurre dal culto dell’ordine, non offre opportunità da cogliere al volo ma ti permette, se ne hai voglia, di volare alla ricerca delle tue opportunità. Napoli è un grande laboratorio dove la gente sperimenta su di sé gli effetti delle proprie scelte più che altrove.

Ho trovato conferma di queste mie sensazioni guardando Napolislam, interessante docufilm di Ernesto Pagano che descrive la quotidianità di una decina di miei concittadini che hanno scelto di abbracciare l’Islam. La fusione, richiamata fin dal titolo, è quanto mai azzeccata, in questo documentario non c’è Napoli e non c’è l’Islam, ma la loro mescolanza, ci sono le contraddizioni di un popolo che cerca riparo nell’assolutezza di un credo. Non è una novità tutto ciò, il rapporto con la religione è stato sempre primario dalle mie parti, quasi catartico, un modo per liberarsi, seppur temporaneamente, delle scorie prodotte da una vita condotta all’insegno dell’IO. Il cattolicesimo era perfetto per questo scopo, lo si poteva esibire come se fosse un costume, una litania di suoni e parole da ripetere, una serie di regole da rispettare per mostrare agli altri di essere degni di sedere alla mensa del Regno dei Cieli. Oggi è diverso, la Chiesa, per stare al passo coi tempi, ha preferito cambiare registro, riducendo a gadget commerciali buona parte della sua iconografia e stemperando le regole su cui era fondata in semplici suggerimenti. In questo modo ha perso il suo ruolo di guida, soprattutto per quella parte della popolazione che ha sempre considerato la religione come un codice civile da seguire.

Ad un certo punto del documentario, mentre un gruppo di persone prega per strada, lungo un vicolo a ridosso di Piazza Mercato, c’è una signora anziana che li osserva e dice “questi lasciano tutto e vengono a pregare sempre, non come noi che ormai andiamo in chiesa solo quando ci serve qualcosa”.

In questa rimpianto per ciò che non è più, s’insinua il richiamo dell’Islam, il cui rigore sembra in netta contrapposizione con il fatalismo anarchico partenopeo ma che invece si decanta grazie ad un’applicazione locale dell’integrazione tanto originale da essere unica.

Cos’è la fede? Una chiamata dall’alto che non puoi programmare ma solo accettare, dice un uomo a suo moglie, scettica nei confronti della scelta islamica del marito, Io non ho avuto nessuna chiamata fino ad ora, spero non arrivi visto che sto bene così è la sua risposta.

A Napoli non ti chiedono perché non può esserci lo strutto nelle zeppole, qui ti fanno le zeppole e le sfogliatelle halal e pure il casatiello senza maiale.

Non è stato semplice per Napolislam approdare nelle sale cinematografiche italiane, anzi, credo che abbia fatto qualche fugace apparizione per poi essere messo da parte. Oggi parlare di Islam è difficile, fa paura, come parlare di Napoli d’altronde, legare i due argomenti in un documentario che abbia la velleità di raccontare la realtà rinunciando ai soliti luoghi comuni è da irresponsabili. Ma per fortuna c’è chi se ne frega dei luoghi comuni e ha ancora voglia di raccontare le persone.

Se avete voglia di vederlo e avete Sky cercatelo su On Demand nella sezione dedicata a Sky Arte. Ne vale la pena

napolislam

Sassuolo Napoli, vince il risotrante giapponese. Un’altra idea di calcio potrebbe aiutarci ad essere dei tifosi migliori

Amo il calcio, molti lo considerano una malattia, io no.

Che senso ha associare una passione a qualcosa che ha come unico obiettivo quello di debilitarti? E’ come prescrivere a tutti coloro che adorano il mare una bella copertura antibiotica per impedire al batterio del piacere di popolare i nostri desideri. Mannaggia a Peppino di Capri, mannaggia.

Il Napoli di Sarri m’incuriosisce, ho fiducia di quelli che d’estate girano in bermuda, inconsapevoli della portata galileiana del loro gesto. Sarà che per un tifoso le sensazioni valgono più dei curriculum vitae ma a me quest’uomo dall’aspetto cisposo piace, sembra giusto per un ambiente in perenne fibrillazione come il nostro.

Sabato mattina decidiamo di andare a Reggio Emilia, ci mettiamo giusto 4 secondi per trasformare una boutade in un viaggio organizzato nei minimi particolari, acquistare i biglietti è un gioco da ragazzi grazie al fattivo contributo di un agente di viaggio di Angri disposto anche a venirci a prendere al casello se “ non incarrate la strada per arrivare al negozio”.

Partiamo alle nove del mattino assieme a qualche milione di immusoniti italiani costretti a rientrare dalle vacanze. Sono previsti settemila tifosi azzurri, sarà come giocare in casa anche per Sarri che giusto in casa, nelle sue precedenti esperienze calcistiche, avrà potuto contare su un sostegno tanto numeroso. Giunti in Emilia iniziamo a mandare a memoria il decalogo del tifoso in trasferta: attenzione a non restare isolati, non farsi assalire dalla sindrome di Toto e Peppino quando arriva il momento di chiedere come andare per dove dobbiamo andare, spostare il portafoglio nelle tasche anteriori del jeans, parcheggiare l’auto in un luogo sicuro, parlare il meno possibile perché l’accento è come un tatuaggio sulla fronte. Per cinque euro in più abbiamo acquistato il biglietto per un settore non dedicato ai tifosi azzurri e quindi ci aspettiamo di essere assediati dal nemico pronto a sbranarci appena la nostra fede sarà svelata.

Ma nulla è come sembra, niente traffico, in giro solo maglie, sciarpe e bandiere azzurre nelle mani di bambini che parlano come Nek e la Pausini. Nessun parcheggiatore abusivo ci avvicina chiedendoci di lasciare l’auto sul marciapiede alla modica cifra di 6 euro, la cosa ci rende diffidenti, lasciamo la macchina a malincuore e ci avviamo verso lo stadio. E qui restiamo sbigottiti, più che andare a vedere una partita di pallone sembriamo diretti ad un centro commerciale, ci accolgono bar e ristoranti, cinema e negozi di abbigliamento, c’è gente che esce ed entra da un’enorme palestra. Sono le sette e nessuno è in fila per entrare allo stadio, solo noi. Sembriamo degli integralisti islamici a cui hanno appena mostrato Maometto in giro per la moschea con due bionde e uno spritz in mano.

Decidiamo che è il caso di aprirci al nuovo credo e ci facciamo una bella sosta al ristorante giapponese e un giro tra le novità letterarie esposte in galleria. Entriamo allo stadio venti minuti prima della partita con uno stato d’animo confuso ma felice. I posti sono numerati ( non siamo in tribuna ma nei distinti), la gente è cordiale, rilassata, nessuno ci guarda in maniera torva e nelle curve non sembrano esserci militanti dell’intifada pallonara. Esultiamo al gol di Hamsik senza timore alcuno e accettiamo con sportività l’urlo composto dei (pochi) tifosi locali al termine dei novanta minuti. Nessuna acredine, nemmeno nei confronti dei nostri che sembrano palesemente indietro di preparazione e ancora alla ricerca di un’identità tattica precisa. Ma nessun dramma, nessuna pesantezza, usciamo dallo stadio corrucciati dall’esito della gara ma felici. Perché il calcio è bello ma vissuto in un clima di civiltà, in un luogo confortevole e organizzato diventa una gran figata. A pensarci ora sembra di aver vissuto un’allucinazione, un’esperienza metafisica, un sogno. Per svegliarmi ho appena acquistato il biglietto di Curva per Napoli Sampdoria.

Ps. Grazie Silvio per essere un grande amico e un’ottimo ( e paziente) guidatore: 15 ore di guida in meno di una giornata sono proprio tante!

Il cavallo di ritorno

A Napoli se non hai un paio di scarpe comode e una pazienza infinita un libro non lo puoi scrivere. Puoi anche non avere la penna o la matita, tanto a terra un mozzicone di Marlboro con il quale appuntarti le idee lo trovi ma le scarpe comode no, quelle ci vogliono assolutamente. Perchè qui le storie si scrivono di corsa, a passo svelto, con il sudore che scende dalla nuca avviandosi lemme lemme lungo il canyon della spina dorsale fino a bagnarti l’orlo della mutanda. Perchè qui le storie sono affollate di personaggi talmente improbabili da diventare assolutamente credibili solo se hai la salute di seguirli lungo i loro picareschi tragitti per le strade della capitale mondiale del pragmatismo esistenziale. Peppe Lanzetta deve avere un ottimo spacciatore di scarpe comode perchè sono decenni che riesce a raccontare la città partendo dal basso, dal ventre, da quella poltiglia umana senza redenzione che rappresenta  allo stesso tempo il cuore e il tumore di questa malebenedetta città. In tanti raccontano Napoli a volo d’angelo proponendone una prospettiva d’insieme che omologa ma non esplica, il buon Peppe invece sta ancora correndo dietro i suoi personaggi e, nonostante la notevole mole, sembra ancora dotato di un discreto passo. Diciamocelo francamente, in questo libro il giallo è un pretesto: va di moda proporre commissari, brigadieri e affini e allora si segue la corrente, magari per avere un pò di visibilità in più.  Il buono di questo libro (come capita sempre nei racconti di Peppe Lanzetta) è racchiuso nei personaggi, nella loro capacità di essere originali, strampalati ma coerenti rispetto al contesto in cui sono calati. Lanciandomi in un ardito parallelo alegebrico mi viene da pensare che Salvatore ‘a pucchiacca sta a Napoli così come gli 87 piccoli Diego che costituiscono la sua banda della merda stanno a noi napoletani……e che nessuno si senta offeso, mi raccomando! Leggetelo questo libro, vi dirà molto di quella Napoli di cui tanti parlano ma che in pochi sanno descrivere in maniera concreta perchè gli manca la  voglia di correre o per un semplice problema di scarpe strette…..il-cavallo-di-ritorno

Riflessioni partenopee

Napoli mi appartiene cosi tanto da non poterci più vivere.  E’  strano fare questo tipo di riflessioni mentre guardo il mare increspato da una leggera brezza passeggiando lungo Via Caracciolo. Mi passano accanto alcuni giovani in bici mentre una comitiva si accoccola sugli scogli per lasciarsi avvolgere dal sole impetuoso di questo pomeriggio settembrino e penso alla normalità degli eventi che qui sembrano assumere una veste diversa, una concessione temporanea che bisogna saper afferrare al volo perchè….non sai quando ricapiterà. Napoli in fondo è questo, un coacervo di emozioni dissimili che rendono l’equilibrio talmente instabile da diventare terribilmente eccitante fino a consumarti nell’attesa di un’ordinarietà  che non arriverà mai. Torno a prendere la macchina nella grotta del Chiatamone e resto ad ascoltare l’odore umido del tufo che riempie un vuoto che sembra surreale tanto è pieno di storia, di vita, di speranze, di morte. No, non cambierò idea questa volta…

foto_Morelli